Brain Damage

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Brain Damage

 

Donald Trump è in vantaggio su Hillary Clinton!

Donald Trump è il 45.mo presidente degli Stati Uniti!

Esplode così all’improvviso la notizia che non ti aspetti, i commentatori sgranano gli occhi… un silenzio di disagio pervade lo studio, la confusione si diffonde negli studi televisivi…dopo la brexit un’altra notizia inaspettata ribalta la scaletta della giornata.

I giornalisti smarriti iniziano a domandarsi cosa sia successo, l’orco ha vinto, l’America profonda ha parlato ed all’improvviso tutta la credibilità del circo televisivo è crollata a terra come uno straccio bagnato, le domande che si pongono sembrano più una disperata seduta di autoanalisi, un tentativo disperato di flusso di coscienza collettivo.

Perché? Perché?

Lontani dalla risposta alcuni si lasciano andare a commenti caustici ed irati sugli elettori. C’è chi grida al complotto, chi accusa gli elettori di Sanders e chi gli hacker Russi, chi se la prende con l’ignoranza dilagante.

Tutto quello che accade è impensabile, L’america di Obama e dei democratici è una terra felice, più plastica di uno sceneggiato tv, più perfetta di un film degli anni 50.

I bianchi sono froci e felici, ricchi di prospettive operano in borse si sposano tra loro ed adottano i bambini.

I negri sono alla casa bianca, i messicani ed i cinesi sono integrati, l’economia va forte e siamo tutti un po’ più ecologisti, la globalizzazione è il sogno di un domani perfetto.

La miseria è solo di quattro bifolchi ignoranti che non si sono laureati nelle univeristà delle ivy league, non saranno quattro straccioni redneck a decidere del destino della più bella e giusta società del mondo! Quanto ai negri che vogliono, l’America gli fa sparare addosso addirittura dai loro fratelli, i messicani mica avranno paura di altri messicani che potrebbero portare via il lavoro per paghe più misere, il temibile esercito di sottoproletari di riserva di quel Marx!

Basta chiudere gli occhi e con merito i propri figli andranno all’univeristà e forse quando andranno in pensione finiranno di pagare il loro prestito d’onore. In questa orgia di benessere descritta su un computer apple in un caffè dell’upper east side davanti ad un cappuccino da 18 dollari assolutamente bio la realtà si è presentata con la faccia di un rozzo miliardario che invece di organizzare cene per il chihuaua morto di lady gaga ha scelto di parlare all’america white trash, ai born to loose, alle vittime del sogno americano, ai resti di una classe media impoverita e maltrattata…

http://www.vita.it/it/article/2016/04/04/si-fa-presto-a-dire-america-il-33-della-classe-media-non-arriva-a-fine/138883/

Trump ha promesso l’esatto contrario di hillary, protezione dal mercato esterno, fine dell’immigrazione, stop nato, stop alle guerre,no ttip, no ttp, Stop alla Cina, pace con i russi( in fin dei conti nessuno aveva capito il perché del deterioramento delle relazioni) ed udite udite il ritorno al glass stegall act

http://www.transatlantico.info/2016/economia/trump-chiede-il-ripristino-di-glass-steagall

In America non funziona che un presidente decide da solo, e Trump è solo, probabilmente sotto scudo di una parte dell’esercito e degli apparati di sicurezza americani (basta guardare chi è il vice), di certo però una larga parte del paese è con lui e spera che riesca a fare almeno tabula rasa dei politici di casa.

Anche la stampa nostrana ne esce con le ossa rotte, ormai questi ventriloqui del potere non riescono nemmeno ad indovinare le previsioni del tempo.

Seduta su di un barilotto di polvere da sparo con la miccia accesa l’America ha preso la sua decisione:” meglio il botto che questa splendida realtà!”

E questa scelta di insensata follia non da pace a nessuno nell’upper east side…

 

 

 

10 piccoli indiani

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Dieci piccoli negretti se ne andarono a mangiar, uno fece indigestione, solo nove ne restar. Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar. Otto poveri negretti se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar. Sette poveri negretti legna andarono a spaccar: un di lor s’infranse a mezzo, e sei soli ne restar. I sei poveri negretti giocan con un alvear: da una vespa uno fu punto, solo cinque ne restar. Cinque poveri negretti un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar. Quattro poveri negretti salpan verso l’alto mar; uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar. I tre poveri negretti allo zoo vollero andar: uno l’orso ne abbrancò, e due soli ne restar. I due poveri negretti stanno al sole per un pò: un si fuse come cera e uno solo ne restò. Solo, il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino s’ impiccò e nessuno ne restò”

Agatha Christie 10 piccoli indiani

La storia del sistema bancario italiano assomiglia sempre di più a questo romanzo di Agatha Christie un perfetto giallo senza via di uscita dove alla fine il colpevole dopo aver ucciso tutti confesserà il delitto.

Dopo Banca Etruria, Carichieti, Cariferrara e Banca Marche, lentamente si sono aggiunte Veneto Banca, la fusione obbligata delle popolari e quella in previsione delle banche di credito cooperativo.

Mentre lentamente assistiamo alla morte di Mps, Unicredit fa filtrare strani scricchiolii, il sistema bancario italiano inizia a collassare, ma non  per colpa dei piccoli azionisti, bensì per politiche sconsiderate, che hanno portato queste banche a prestare denaro a fondo perduto a soggetti privati sponsorizzati dalla politica nazionale,  ad emettere strumenti finanziari tossici, ad acquistare bot senza valore per sostenere il debito sotto invito della bce visto lo spread dell’epoca ed il mancato ritorno economico dei corporate bond, spostando di fatto il problema da una parte all’altra .

Per far fronte a questa situazione si sono promosse fusioni, piani di salvataggio e operazioni spericolate di mercato che non sono servite a nulla, ed hanno portato all’uso della famigerata clausola del bail in, facendo in sostanza pagare ad azionisti,obbligazionisti e correntisti sopra i 100mila euro  il salvataggio  degli istituti di credito. Polverizzando i risparmi di migliaia di famiglie che erano cadute nel tranello della sottoscrizione di obbligazioni con titoli convertibili, tragico antipasto di quello che potrà succedere alla lunga se questo risiko, come sembra, non verrà fermato.

Di pari passo altre banche sono entrate parimenti in crisi, e per cercare di sopravvivere stanno promuovendo disperati aumenti di capitale e vendite di crediti inesigibili. Siamo arrivati ad introdurre gabelle di salvataggio nei conti correnti come appena fatto da alcuni istituti italiani

https://www.forexinfo.it/Patrimoniale-prelievo-forzoso-2016-Stato-banche

Vista l’occasione i maggiori fondi mondiali si sono buttati come avvoltoi su queste prede prelibate, guidati da consulenti che hanno lavorato tutti ai massimi livelli dell’economia italiana e con i commentatori televisivi come loro braccio armato che plaudono alla svendita e guidano l’opinione pubblica verso il suicidio ( ad esempio dietro l’acquisto dei cosidetti crediti inesigibili, si nascondo proprietà di estremo valore, cedute ad un prezzo ridicolo).

Gli stessi che erano alla banca d’Italia o al ministero delle finanze, che ci ammonivano di non mettere in dubbio la sostenibilità del nostro sistema finanziario, si sono prontamente riciclati ed hanno indicato le falle che molti sapevano o sospettavano.

Quelli che si sono opposti alla nazionalizzazione quando era il momento di puntellare il credito, come fatto in altri paesi, o che hanno opposto barricate alla divisione delle banche tradizionali con quelle d’investimento, asserendo che il mercato aggiusta tutto.

Alla fine come nel romanzo della Christie non ne resterà più nessuna in vita ed insieme a loro sparirà l’ultimo rifugio della ricchezza del nostro paese…  Tutto questo tra il giubilo degli ospiti dei talkshow, dei commentatori finanziari e dei giornali mainstream.

E’ la logica del mercato bellezza , e non ci si può lamentare

 

 

Referendum costituzionale alcune considerazioni

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La necessità della revisione della costituzione è un argomento che viene ciclicamente riproposto all’opinione pubblica, il superamento del bicameralismo perfetto, un maggiore snellimento delle procedure, un taglio ai costi ed infine un ridimensionamento del numero dei parlamentari sono le motivazioni che da anni spingono questo o quel governo ad affrontare l’argomento.

Motivazioni giustificabili, ma che devono anche andare in contro ad oggettivi problemi di rappresentatività ed equilibrio dei poteri dello stato. Così come è giusto che chi governa, se ne deve assumere le responsabilità, così è giusto che esista un contrappeso che ne possa limitare in maniera equa e corretta lo strapotere.

Questa revisione della carta non ci sembra vada in questa direzione, sembra piuttosto rispondere ai desiderata di alcuni delle banche più importanti al mondo (su questo link trovate il famigerato documento della jp morgan   che invita al cambiamento delle costituzioni dei paesi del sud Europa http://www.wallstreetitalia.com/jp-morgan-all-eurozona-sbarazzatevi-delle-costituzioni-antifasciste/) , inoltre per quello che abbiamo letto ci piacerebbe che fosse scritta in Italiano, e non coi piedi

Se inoltre può essere giusto spingere verso un cambiamento, poco ci piace il modo in cui si sta comportando il governo che invece di puntare sui punti di forza della riforma, si sta adoperando con mezzi subdoli per convincere un paese poco convinto dall’operato governativo.

La scheda elettorale, la cui intestazione è volutamente fuorviante, fa il paio con la scelta della data, il 4 dicembre, che cade casualmente con le lezioni presidenziali in Austria, e che verosimilmente scateneranno un ondata di pressioni mediatiche sul paese. Evocando la paura della fine dell’Europa, il ritorno del nazismo, accomunando i due eventi in un contesto apocalittico si cercherà di influenzare il voto popolare facendo leva sulla paura della gente, un po’ come con la brexit, ma probabilmente in maniera ancora più decisa… La prima regola del neoliberismo è vincere, vincere a qualunque costo, infischiandosene del bene e del male, ma dimostrando di saper eseguire i desiderata di chi governa realmente.

Di fronte a questo scenario siamo sempre più convinti che il no stia diventando un voto per la nostra libertà, contro quegli infami governanti che stanno saccheggiando ciò che resta del nostro sfortunato paese.

E a chi si incensa che l’Europa, questa Europa è il nostro sogno ed il nostro futuro, ricordiamo l’infame legge Fornero, il Jobs act, il Bail in ed il caso delle banche fallite sulla pelle dei risparmiatori, la gestione della crisi migratoria,la legge Bolkestein, la guerra in libia fatta dai nostri” fratelli francesi” e per adesso ben tre governi non eletti da nessuno.

A questa europa che ce lo chiede, rispondiamo no grazie abbiamo già dato, è tempo di tornare ad essere una nazione libera ed indipendente.

 

 

 

 

 

 

mantra

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Mantra

sostantivo maschile

Nell’induismo, formula che viene ripetuta molte volte come pratica meditativa.

 

Il mantra è un termine sanscrito legato alla tradizione religiosa, una invocazione ripetuta più e più volte per entrare in contatto con il divino attraverso la sua recitazione.

Nella neolingua europea il termine perde la sua accezione religiosa e diviene la ripetizione di un concetto in forma continuativa ed esasperata al fine di diffondere una verità assoluta ed incontrovertibile nelle coscienze di chi ascolta.

Una goccia che scava,

una verità assoluta.

Di verità assolute vive l’informazione e la controinformazione,

del continuo salmodiare di questi ministri della verità si compongono il balletto dei talkshow, gli editoriali dei grandi giornali, i libri degli intellettuali di riferimento,

di verità assolute vivono coloro che assuefatti li ascoltano e li venerano

e così ogni giorno ascoltiamo e riascoltiamo

chi ci dice che i licenziamenti facili allontano i fannulloni e creano più lavoro

che l’Euro è un successo e la salvezza della nostra economia

che l’immigrazione è un opportunità

che il liberal capitalismo è il migliore dei sistemi possibili

che le guerre preventive sono giuste

le bombe sono intelligenti

Il presidente americano è bravo perchè negro, frocio o donna

quello russo cattivo…perchè russo

madre e padre sono genitori 1 e 2

che basta essere onesti per governare

 

E per quanto camminando in questo mondo non si vedono che città vuote e decadenti, violenza e disoccupazione,

un sistema economico che crea ingiustizie

disperati che invadono paesi cancellando tradizioni e linguaggi

paesi distrutti da guerre per procura

compravendita di bambini per personaggi chic e facoltosi

paesi del cosi detto terzo mondo senza più braccia per costruire e laureati per progettare

 

Nonostante tutto questo la voce che viene dal televisore ci ripete ossessivamente che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili

 

Speranzosi attendiamo sul nostro telefonino l’avvento della nuova età dell’oro

 

 

 

 

 

 

Amatrice, tra generosità e dittatura dell’idiozia

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Tra generosità  e dittatura dell’idiozia

Ancora una volta l’Italia è stata scossa da un terremoto devastante, ancora una volta lutti e dolore hanno riempito le pagine dei giornali, .

I volti sconvolti e sporchi hanno preso la scena delle televisioni, uomini e donne dallo sguardo sperso hanno aperto dirette e telegiornali di questi giorni.

A questo tragico spettacolo ha fatto da contraltare l’immediata reazione della gente, migliaia di persone si sono riversate nei comuni distrutti e a mani nude hanno iniziato a cercare i sopravvissuti tra le macerie, i volontari della protezione civile si sono precipitati da ogni parte d’Italia verso le zone colpite dal sisma.

In ogni città sono partite raccolte spontanee di cibo, vestiti, medicinali e sangue. Ancora una volta L’Italia nel dolore ha mostrato la parte migliore di se, quell’Italia fatta di piccoli borghi ed eroi di tutti i giorni, un paese che non ha cercato ne plausi e facili telecamere, niente likes su facebook solo sudore e fatica, adrenalina e forza di volontà.

In mezzo a questi comportamenti eroici, abbiamo dovuto sopportare, l’idiozia di chi ha cercato la notorietà con affermazioni fuori luogo, ma a queste miserie siamo abituati, in fin dei conti come diceva Warhol tutti vogliono essere protagonisti per almeno 5 minuti, ma a questi sciacalli della notorietà l’unica maledizione che gli si può scagliare è l’oblio,

per loro la peggiore

Ma, perchè c’è un ma, non possiamo non restare che a bocca aperta di fronte allo sconcertante siparietto di dichiarazioni avvenuto tra il ministro delle infrastrutture ed un noto giornalista, capiamo la necessità di mandare messaggi positivi, ma qui ormai si trascende.

Definire il terremoto un opportunità suona grottesco, il ricordo va a telefonate infami ascoltate alcuni anni fa, che tornano di stretta attualità.

In un mondo che vive di continua propaganda, in una ricerca del consenso ossessiva, ormai il senso del ridicolo non ha più confini, accomuna starlette decadute e ministri, toy boy in cerca di notorietà e giornalisti affermati.

Chi ci rappresenta è la domanda che ci facciamo attoniti…

Per fortuna oltre questo esiste un paese migliore, e ad Amatrice lo abbiamo potuto vedere,

nonostante tutto c’è sempre speranza, anche in tempi buii

 

 

 

Notturno Dubliners

scooterCAPITOLO I

 

 

Si svegliò d’un tratto, con gli occhi gonfi di chi non ha alcuna intenzione di alzarsi per affrontare un’altra noiosissima giornata.

– Un’altra giornata come tutte – pensò a voce alta – e sono morto -. Si alzò lento ed indolente, si avvicinò alla cucina con i piatti ancora sporchi di non so quante sere. Fece un po’ di spazio nel delirio del lavello e mise su il caffé. Movimenti ormai fissi da tutta una vita: alzati, fai colazione e cerca di vivere nel miglior modo possibile. Ma era proprio questo dover vivere per forza secondo tutta una serie di schemi che ci avvolgono, ci circondano e ci ricoprono che lui non sopportava più. Si versò il caffè, accese una marlboro di alibi, ma inevitabilmente ricominciò a pensarci. “Quale può essere la svolta? Quale la via d’uscita più veloce e possibilmente indolore?”. Ma niente, la risposta non era neanche vicino ad arrivare. Così, mentre la cenere cadeva sul tavolino, scolò il caffè in un sorso, e alzandosi gridò ”BASTA CAZZO!”. Fuggitivo scattò, fece cadere la sedia senza raccoglierla, aprì la porta e si tuffò nel traffico della sua città. “Per fortuna che ci sei te Penny, mia dolce e ferrosa amica!”. Mentre sfuggiva al caos che corre lungo il fiume, tutta una serie di situazioni gli si presentarono davanti “Sono fidanzato da sei anni con Anna, ragazza carina e dolce. Brava ragazza tutto sommato, talmente brava che ormai non mi da neanche un’emozione. Magari mi desse quella che basterebbe per il suicidio! Anche perché, ormai, ci siamo suicidati a vicenda l’angolo più importante del nostro corpo: il cuore.

Faccio un lavoro di merda! Non ridete! Ve lo sto per raccontare, tenetevi e niente gesti scaramantici: vesto i morti. Si, vesto i morti, e se non vi bastasse, posso anche dirvi che con loro, durante il servizio tra l’altro importantissimo (voglio vedere se un parente piangente lo vestirebbe con la stessa cura che ci metto io) intrattengo durevoli e interessanti conversazioni, a seconda del tipo che incontro, chiaramente. Ci sono, come nella vita di tutti i giorni, quelli più o meno simpatici. Lo so, so di non stare psicologicamente tanto bene, ma sfido chiunque a rimanere sano in questa gabbia di matti.

Inoltre, continuando la pietosa carrellata sulla vita del sottoscritto, la mia famiglia: padre e madre divorziati. Mio padre pensa di avere 15 anni e va in giro per l’Europa seminando casini ovunque. Mia madre grande donna che sola ha cresciuto due figli: me, e mia sorella Lavinia più grande di tre anni. Lei ormai sposata e residente nel nord ricco. Io sopravvivo in un monolocale, nella lurida periferia della grande capitale. Grande per chi ha i soldi! Io in questa merda non ci sguazzo per niente allegro, non sono come quelli che si tappano il naso e vanno avanti. Io continuo ad aprire la bocca per gridare il mio disgusto e regolarmente ne ingoio un bel po’. Vado avanti così, ma ora sono stufo, e tutta la merda che ho mangiato in questi lunghi ventiquattro anni dovrò pur riuscire a sputarla in faccia a qualcuno!”.

Questo pensava Alex, con il suo vestito nero, mentre cominciava a vedersi l’insegna del posto dove lavorava.

Eccolo arrivato. Paranoia piena. E borbottando tra i denti: “Lego il bolide e raggiungo quel postaccio, e soprattutto Sergio, il mio principale, che mi starà aspettando sulla porta per dirmi che ho fatto tardi. Come se non lo sapessi già da solo”.

Risoluto, poggia la mano sulla porta, apre con cautela e:

– Buongiorno! (Faccio un bel sorriso, non do a vedere la preoccupazione).

Sergio non cede alla tattica e parte subito in quinta:

– Come te lo devo dire che non puoi fare come ti pare, che gli orari ci sono per essere rispettati e che, specialmente, la mezzora in più che hai passato a letto io te l’ho pagata. Non devi approfittarti della mia cortesia!

– Quale cortesia fottuto stronzo! (bisbigliò cupo tra i denti).

– Non puoi continuare così, perché altrimenti sarò costretto a cacciarti e questo sai bene che non lo voglio, sei un bravo ragazzo, ma un’ altro giovanotto volenteroso non mi sarà difficile trovarlo.

– Va bene Sergio. Ora non farmi paranoie. Ho avuto dei problemi e mi dispiace per il ritardo, vedrai non si ripeterà!

– La ripeti tutti i giorni questa cazzata, ora vai a lavorare, c’è un servizio urgente da fare, una famiglia piuttosto ricca.

Divenne rosso, la rabbia gli cresceva dentro, e come un fulmine quando coglie il bersaglio esplose:

– Allora lo sai che ti dico, maiale che non sei altro, che puoi andare affanculo te, e ‘ste cazzo di bare dove spero che finirai presto. Io sono stufo, me ne vado, e dalla famiglia ricca a cui stai per rubare un bel po’ di soldi vacci pure da solo. Sono io che non ho più nessuna intenzione di restare qui, per fare magari domani la tua stessa fine disastrosa, con l’orologio d’oro al polso ed un cassonetto al posto del cuore!!!

Gli occhi fuori dalle orbite il caro principale, appena mollato, dovevate vederlo con la faccia tutta rappresa in una smorfia mista tra odio e incredulità, e dall’altra parte il nostro eroe, colui che era riuscito a fare il salto, a mollare quasi tutto per scegliere la via più difficile. Il viaggio era ancora lungo per lasciarsi tutto alle spalle, ma dallo sguardo da gladiatore che gli si era disegnato sul viso, direi che sarebbe stato in grado di affrontare situazioni anche molto più dure.

E infatti proprio questo aveva in mente. Era un fiume in piena, e non aveva nessuna intenzione di arginare la sua rabbia.

Così ripartì, diede una bella sgassata proprio mentre il caro figlio di puttana lo guardava ancora dalla vetrata della porta.

Ora era pronto per affrontare anche lei, era la seconda prova del giorno ed anche la più complicata. Anni ed anni passati insieme, tutto sommato serenamente, ma oggi di quella statica serenità non sapeva proprio più che farci. La cara Anna, l’avrebbe lasciata così, senza appello, senza sotterfugi, sarebbe andato sotto casa sua e l’avrebbe messa di fronte al fatto compiuto. Non una parola di più, cinico e pragmatico come un guerriero che affonda il colpo, quello definitivo.

“E quindi eccomi qui sotto, sinceramente mi tremano le gambe, non pensavo fosse stato tanto facile fare ‘stà cosa, e mi sà che non sono per niente un guerriero, però ormai ci sto e vaffanculo”.

Passi lunghi e decisi verso il suo citofono, sarebbe stata a casa sicuramente come tutte le mattine, magari in pigiama, magari si sarebbe fatta aspettare un po’, ma alla fine sarebbe scesa e al quel punto avrebbe colpito il cinico bastardo. Ma quei passi sembravano non arrivare mai a destinazione, i cinque metri più lunghi del mondo. Solo paura amico, solo la tua fottuta paura che ti blocca, tira avanti, alza quel dito, e spingi il tasto del citofono, tutto poi verrà da se. Di tutta risposta il nostro grande alzò l’indice verso la pulsantiera spinse il tasto e …

– Sono Alex, c’è Anna per favore? (Cazzo, la sua coinquilina napoletana, tra un secondo già sparlerà di me, Dio come la odio).

La voce dall’altro capo annunciò:

– Te la passo subito caro (con una schifosissima erre moscia, era forse quello il suo castigo?).

Secondi interminabili, poi finalmente:

– Ciao Alex, che ci fai qui a quest’ora?

– Nulla, mi sono licenziato, e se adesso scendi eviterò per il prossimo quarto d’ora di parlare con una grata di ferro.

Incredula ed incazzata lei:

– TI SEI LICENZIATO??? Aspettami che scendo.

 

Proprio come pensava, non sarebbe stato per niente semplice, in fondo le voleva bene, ci aveva passato fantastici momenti. L’aveva conosciuta quando il suo arnese non aveva fatto mai la conoscenza di un suo simile di sesso diverso. E poi le vacanze, l’inter-rail in giro per l’Europa con quattro soldi in tasca e lo sguardo di chi vuol conquistare il mondo, l’amore che si erano scambiati negli angoli bui della loro città appena addormentata, quando i palazzi avevano tutte le persiane chiuse ed il silenzio li invadeva. Era il loro universo fantastico, e solo loro erano i protagonisti del più bel romanzo.

A tutto questo pensava, mentre lei a passi svelti e sicuri si avvicinava, vestita del suo vestito più carino e semplice, semplice come quando l’aveva conosciuta, ma come purtroppo non era più.

Senza preamboli Anna aprì l’incontro, che dagli sguardi sembrava più tra pugili che tra innamorati:

– Beh, cos’è ‘sta storia del lavoro? Ma che sei scemo! Cosa ti ha detto la testa? Hai rovinato tutto! Hai fallito ancora. La vita non è fatta per viverla come pensi tu, bisogna fare sacrifici e aspettare.

Sorpreso, non affranto da quelle parole rispose al colpo. Una vita intera a mandar giù le medesime frasi, ed ora l’unica cosa che cercava era un secco k.o., l’interruzione dell’incontro per mancanza di dialogo, così disse:

– Ma non riesci a capire che io li dentro stavo male, che oggi finalmente mi sento libero e che l’unica persona che doveva capirmi e magari “forse chiedo troppo”, appoggiarmi, non fa altro che sputarmi contro il suo astio. Mi sembra non ci sia nient’altro da aggiungere, a parte che ti lascio alla tua noia, alla tua monotonia e alla completa mancanza di fantasia.

– Cosa vorresti dire? disse lei con uno sguardo differente da prima.

– Che oggi è il giorno in cui ristabilisco le priorità della mia vita, e visto che fino ad ora “Io” non sono stato una mia priorità, voglio cercare di mettere le cose a posto, non posso più sopportare una vita da dividere tra troppi, devo fare le mie scelte da solo, ho bisogno di pensare al singolare, e poi, ormai siamo cresciuti, siamo diversi, non possiamo fingere che tutto sia come quando stavamo al liceo, perché in realtà tutto è cambiato. Apri gli occhi, a quanto pare la vita non ha nessuna intenzione di tornare sui suoi passi.

Le disse così! Ma mentre lo diceva, lei lo guardava stupita, nervosa solo perché era stata lasciata e non aveva lasciato, la bambina ferita per essere arrivata seconda, rispose:

– Era ora che ti decidessi, era tanto tempo che volevo dirtelo ma non trovavo le parole, e così eccoci qua, (fredda) ma se ci siamo arrivati è stata solo colpa tua, io ci ho provato, e non ho rimpianti.

Poi la frase che gli mozzò il fiato, e gli diede ragione della scelta appena fatta:

– Ci possiamo sentire se vuoi?

Senza mezze parole lui:

– Io non voglio essere tuo amico, di amici ne ho già tanti! Mi dispiace di averti tolto l’orgoglio di aver lasciato! Puoi anche dire che sei stata tu a farlo, io non c’ho bisogno di queste piccole soddisfazioni inutili, cerco ben altro dalla vita, ed è proprio per questo che non voglio più vederti, ora ti saluto perché ho da fare.

Girò i tacchi il magnifico, come se nulla fosse stato, c’era riuscito veramente ed ora con una piccola nota d’orgoglio stampata sulla faccia, se ne era proprio andato, e lei era proprio rimasta lì, immobile, mentre lui accendeva la Vespa e andava via senza voltarsi.

 

Quel sorriso da stronzetto non riusciva proprio a toglierselo dalla faccia. Oggi era riuscito a catapultare la sua vita su una dimensione parallela, in due ore aveva fatto tutto quello che si riprometteva da mesi.

Ora, era lì felicemente disoccupato e solo. Era stato così facile veramente? O il sole del mattino che entrava da quella cazzo di finestra che dimenticava sempre di chiudere lo avrebbe riportato alla realtà, ovvero (soluzione terribile) era stato tutto un sogno e il nuovo giorno gli avrebbe presentato di nuovo il conto, con tutta la sua cattiveria proverbiale? No, stai tranquillo bello mio, è tutto vero e per questa volta il resto non conta, perché hai raggiunto il tuo scopo, finalizzato in maniera cinica il tuo risultato.

Hai vinto! E quel sorrisino sulla faccia ne è la riprova più concreta.

Così, con occhi di stelle, si beffa delle macchine, del mondo intero, vola via veloce sul suo ferroso cavallo indomito, dopo tanta attesa la direzione non è importante, l’importante è andare, prendere la vita di petto vivere ogni giorno con l’aspettativa del guerriero nella sua migliore battaglia. Corse fin quando la fame gli aprì gli occhi sul fatto che era tempo di tornare a casa. Aveva passato tutto il tempo sulla vespa, a correre per la sua amata città gettando i pensieri alle spalle, gettandoli in faccia agli automobilisti distratti. Lui non li voleva più, e pensava “teneteveli pure stretti, io non me ne faccio più un cazzo”.

Al suo arrivo, lo scenario dei palazzoni come cumuli grigi e monotoni caduti a caso dal cielo, oggi aveva un aspetto differente, quasi bello, come se tutta quella merda lo avesse forgiato, gli avesse dato coraggio, come un monte Taigeto attuale, non più lupi e scura foresta, ma tossici coatti e cemento “armato”. Legò la vespa al palo che ormai per usucapione era diventato suo, si sfilò il casco, e con passo di chi non ha più paura si diresse al portone della sua scala. Ci si infilò dentro, conquistò l’ascensore e si diresse al quarto piano. Era li che viveva. In un palazzone incastrato tra altri due, ed era li che nacque il suo orgoglio.

Finalmente nel suo ambiente, così, con calma si avvicinò al giradischi, perse un po’ di tempo per trovare il ritmo giusto alla sua giornata, ed alla fine scelse Perfect Day di Lou Reed. Tirò fuori dall’armadio una scatoletta di tonno, si sdraiò sul letto e lasciò che la musica inondasse le sue vene, finì il “lauto pasto” e si rollò una canna.

Sembrava la scena di qualche film inglese, dove il protagonista è un po’ sfigato, ma alla fine arriva allo scopo con metodi più o meno puliti. Ora la musica e l’erba avevano impastato in lui la miscela perfetta per volare ancora più in alto. Girò lo sguardo verso i poster delle sue band preferite che lo guardavano soddisfatte. Sembravano dire  «Ehi bello, sei rock&roll con quella faccia. Io stesso non sarei riuscito a farne una migliore, neanche col miglior acido». Mentre la testa si affollava dei discorsi e dei complimenti di tanti sconosciuti, lui tolse il disturbo,chiuse gli occhi, e come se Morfeo in persona lo avesse accolto tra le sue braccia si addormentò. Posso osare nel dire che forse dormì il suo sonno più bello, almeno da quando lo avevano staccato dal seno della mamma. Penso proprio che fu così, perchè gli angoli della sua bocca si inclinarono a formare un accenno di sorriso che da solo avrebbe illuminato la notte di stelle.

 

Passarono leggere le ore, del resto chi potrebbe accorgersi del loro passaggio durante un sano e meritato sonno. Fin quando gli occhi cominciarono a riaprirsi dolcemente, senza fretta, piano piano tornò alla vita, con in bocca il gusto acre e con un vago senso di intorpidimento cerebrale. La canna faceva sentire ancora qualche vago effetto, e con tutta tranquillità andò a farsi una doccia che sperava il più possibile rivitalizzante, visto lo stato da perfetto rincoglionito in cui versava. Ci si tuffò dentro e l’acqua sulla faccia risvegliò in lui tutte le situazioni in cui si era giostrato durante la giornata, e in quel medesimo istante (non chiedetemene il motivo) il giradischi riprese vita da solo e regalò al nostro Alex un nuovo ascolto del suo personale Perfect Day appena vissuto, e lui accompagnò Lou Reed in uno dei duetti da doccia più toccanti della storia. Tutto bagnato si precipitò in camera per asciugarsi. Liberò l’accappatoio da un groviglio di panni e se lo infilò.

 

Erano appena scattate le dieci, quando prese la sana e meritata decisione di andare a terminare la sua giornata di fronte ad un pinta nel suo Pub, quello del suo quartiere a cui aveva regalato litri e litri di serate liquide. – Tutto in tiro questa sera – sentenziò lo specchio. Bello come il sole aprì la porta, scivolò lungo le scale e si precipitò attraverso la piazzetta che lo aveva conosciuto in tutte le sue fasi esistenziali e pensò:

– Questa è una nuova svolta da scrivere su questi muri. Poi tranquillo sciolse la vespa e raggiunse il bar.

– Bella Alex! – gli urlò contro il Barman da dietro il bancone, e allungandogli la mano lo salutò come si usava fra di loro:

– Era ora che ti facessi vivo! Questo sgabello era un bel po’ che non sentiva le tue chiappe.

Alex allora:

– Lascia stare, è stato un periodo un po’ incasinato e non ho proprio voglia di parlarne. Anzi preparami una pinta e metti su due shottini di Jameson, questa sera brindiamo alla mia.

Da lì dietro Marco:

– Sempre altruista, eh? Ma che cazzo di brindisi sarebbe? Se devo brindare che sia almeno alla nostra!

Diciamo che non aveva alcuna voglia di recriminare su quello appena detto, anche perché se si fosse azzardato a rispondere, gli sarebbe toccata una discussione o per meglio dire un monologo di almeno un’ora. Marco era famoso per riuscire ad incastrarti su una sedia e inchiodarti lì finché non ti usciva il sangue dalle orecchie, e solo grazie ad un provvidenziale intervento di qualche cliente potevi sfuggirgli dalle zanne. Così non rispose e tracannò il whiskey. Sorseggiò la sua birra, e poi ne chiese un’altra, e proprio in quel momento entrò un gruppo di bei cazzoni tutti profumati e sgargianti. Li guardò storto uno per uno, dall’alto del suo trono di legno, mentre i tizi gli sfilavano davanti. Non è che si sentiva superiore a nessuno lui, ma quei personaggi così pieni di niente, seduti nel suo rifugio non poteva proprio sopportarli. Tutti uguali e orgogliosi del proprio nulla benvestito. Come poteva resistere ancora lì? Cosi lasciò quello che era il suo Pub. Questa sera lo avrebbe lasciato in consegna a quei tipi. Salutò il “succhiacervelli” che gli fece una faccia come per dire “beato te che puoi scappare da ‘sti stronzi”, e si avvicinò alla vespa nera fiammante per farsi portare in salvo da lei.

Con gesto sicuro e ormai rodato dal tempo, infilò la chiave e spinse sulla pedalina che diede voce al motore, diretto verso il centro della città e verso un nuovo Pub meno familiare, ma per quella serata più adatto. Già si trovava per la strada, con la riga di mezzeria che gli saltava sulla faccia, stanco e quasi sbronzo sul suo bolide che sfrecciava sicuro per le infinite vie della sua città. Infinite, si infinite, ma non oggi. Oggi sembrava che il tempo volasse su quella cavolo di strada che tagliava la città da una parte all’altra. Gli venne di ripensare alla giornata trascorsa, sembrava fosse un film mandato al rallentatore, che spietato ti butta in faccia tutta la realtà in maniera molto lenta e irreversibile. Fortunatamente tutte quelle scene le conosceva bene, e gli regalarono un gran sollievo.

Girando ad un incrocio intravide una lanterna con su disegnata una Guinness e la scritta “The Dubliners”. Era il nome di quel Pub tutto nascosto dietro un angolo di ruderi ed un albergo che gli stava di fronte. Parcheggiò e si tuffò all’interno. Nessuno, a parte il barista e due tizi che ormai non potevano nuocere un granchè, tutti spiaccicati sul bancone con le pinte ancora mezze piene davanti. Il posto era veramente un buchetto, puzza di fumo e di birra che usciva dal parquet, mura verdi chiaro e oggetti vari appesi alle pareti e al soffitto. Un sorriso gli si disegnò in volto, era uguale a tanti locali Dublinesi in cui si era trascinato l’estate di un anno fa. Scelse il posto più lontano dai tizi, salutò amichevolmente il ragazzo dietro il bancone ed afferrò lo sgabello.

– Finalmente a casa – gli uscì dalla bocca, e poi – Una scura per piacere. Questo è il posto che aspettavo da tutta una sera.

Soddisfatto, il tipo gli porse la pinta che aveva posato i suoi minuti e attaccò bottone. Si chiamava Daniele, ma per tutti era “il Camicetta”, tutto magro ma con una pancia gonfia di chi non si fa pregare a buttarne giù un’altra. Parlarono fitto, avevano molto in comune, l’odio per la calca, l’amore per la musica inglese e la birra Irlandese, e poi tutto un mondo fantastico che si erano costruiti dentro. Un mondo parallelo a quello della città in cui vivevano, dove bastava far girare un disco sul piatto per volare in alto e quasi sentire l’aria fresca arrivare dal mare dritta sulla faccia.

Il tempo scorreva leggero, non gli era mai capitato di trovare tanto piacere a parlare con uno sconosciuto, ma dopo poco ognuno sapeva più cose dell’altro che qualsiasi altro loro amico. Rimasero colpiti entrambi, da una parte il Camicetta con i suoi basettoni e il suo sorriso accattivante, e dall’altra il nostro protagonista che di base non pensava di aver molto da raccontare, ma che invece lasciava il mastro birraio sbalordito. Il Camicetta gli raccontò dei suoi viaggi in giro per il mondo, delle esperienze lavorative a livello planetario, e della scelta finale e consapevole di tornare a Roma e aprirsi un posto tutto suo. Perché come diceva:

– Dopo un po’, cavolo, devi tornare, cominci a sentire una strana sensazione di malessere, ti manca qualcosa e quel qualcosa penso che siano proprio le tue radici, il tuo mondo, le strade familiari, i giardinetti, e gli “aoh!!!” gridati amichevolmente. Mi è mancato tutto questo, e con i quattro soldi che avevo messo su, mi sono aperto questo buchetto.

Alex allora disse:

– Capisco tutto, le radici, i ricordi, ma come hai fatto a ritornare? Se fossi rimasto via, tutto quello che mi hai appena detto ti sarebbe rimasto dentro per sempre come un fantastico ricordo, avresti pensato ai tuoi posti come ai più belli del mondo. Invece, tornando, li vivi come sono nella realtà, e cioè una merda.

– Inizialmente pensavo anche io a questa cosa. Ma poi mi sono reso conto che, in realtà, nessun posto è realmente come vorresti, che tutti hanno un aspetto iniziale e coinvolgente, ma che alla fine resta dettato solo dal fatto che non li conosci. Poi, il tempo passa e ogni città, anche la più meravigliosa e divertente, diventa uguale a tutte le altre. Così, un bel giorno di ottobre ho riempito il mio zaino per l’ultima volta. Sono andato alla stazione e sono saltato sul primo treno che mi avrebbe riportato a casa.

– Lo sai? Spesso penso che se avessi coraggio potrei scappare lontano anche io, trovare un posto bellissimo ed essere felice. Insomma, un giardino segreto fantastico speriamo esista!

Mentre continuavano i loro discorsi, qualcuno si affacciò alla porta, e amichevolmente il Camicetta da dietro il bancone disse:

– E’ un pò tardi ragazzi, sto chiudendo. Se volete qualcosa, o in bottiglia o in plastica, così ve la potete bere fuori.

Il ragazzo non fece una piega, si avvicinò al bancone e si portò dietro i suoi amichetti.

Proprio delle facce strafottenti, pensò Alex. Ed infatti, come se il camicetta non avesse proprio parlato, chiesero tre pinte ed un pacchetto di patatine. Il camicetta la prese a ridere:

– Ve l’ho detto ragazzi, stiamo chiudendo, se volete bere posso darvi le bottiglie altrimenti niente.

Il primo, entrato senza dire nemmeno una parola, si girò un momento verso i suoi amici come per dirgli qualcosa, poi improvvisamente scatto verso il bar e diede uno schiaffone al Camicetta che dalla botta fece un passo indietro e cadde.

“Cosa volete che vi dica. In quell’istante non capii più niente, mi alzai di scatto e al merdone che avevo più vicino gli spaccai la pinta su quella faccia da cazzo che rideva per il gesto veramente maschio del suo amico. Quanto sangue che usciva da quella faccia da culo, non rideva più, la bocca gli si spalancò, mentre con le mani cercava di fermare il sangue e continuava a gridarmi contro che lo avevo rovinato. Certo che lo avevo rovinato, e avrei infierito ancora se il capetto di quella banda non mi avesse assestato un destro memorabile. Barcollai un istante, ma per fortuna mi appoggiai al bar e non andai a tappeto, e con la rabbia repressa che mi mordeva dentro mi buttai addosso allo stronzo, gli afferrai la testa per i capelli ed una capocciata gli si assestò dritta dritta sul nasino a punta. Cadde come un salame, la merda, ma nello stesso istante il terzo tipo che era rimasto in disparte mi si fece contro, mi avrebbe steso, cazzo, se il Camicetta non fosse salito sul bancone e con gli anfibi che portava non gli avesse sferrato un calcione in faccia. Che botta ragazzi! Rantolanti, i tre si avvicinarono alla porta, e a forza di calci in culo scomparvero dietro l’angolo.

 

Era tutto finito, un silenzio sospeso era calato sul locale, Alex e il Camicetta erano ancora fermi sull’ingresso a guardare il vuoto che aveva lasciato la fuga dei tre vigliacchi. Si voltarono contemporaneamente, e nel momento esatto in cui i loro occhi si incontrarono, scoppiò una risata fragorosa.

Che cazzo di serata che avevano passato, verrebbe da pensare. Ed invece no. La realtà era un’altra, e cioè che dal gesto violento di pochi minuti prima era nata l’amicizia consolidata dalla forza, e il loro sangue aveva suggellato il tutto come in una cerimonia pagana.

Ora erano un clan, una setta, un branco.

Erano loro nel mondo che rifiutavano. E quel pub sarebbe stata la loro tana.

 

 

 

 

 

 

 

2° CAPITOLO

 

 

La luce entrò dalla finestra disegnando uno spicchio di sole tra il letto ed il pavimento. Alex si svegliò contento, prese il telecomando dal comodino e accese lo stereo. Un po’ di buon Rock&Roll per dare ancora più slancio a questa giornata, un po’ di caffè per cercare di scollare le palpebre che ancora non riuscivano a staccarsi, ed infine, uno spazzolino per lavare le marachelle che il Folletto degli ubriachi gli aveva lasciato in bocca.

Infatti una legenda narra che quando un uomo esce da un Pub ubriaco, spunta subito un folletto dal primo cespuglio, che furtivo segue il malcapitato fin dentro la stanza aspettando pazientemente che l’ebbro si addormenti. È a quel punto che il dispettoso, con perizia, lascia una bella “cacata” nella bocca del malcapitato, e non contento, prende dal portafoglio della sua vittima tutti i soldi. È’ per questo motivo che dopo una sbornia pesante la nostra bocca ha quel fetido sapore, e quando prendiamo il portafoglio lo troviamo vuoto! Bello stronzo questo Folletto, eh?

Comunque, dicevamo, il nostro Alex tutto stralunato si lavò i denti e subito dopo si infilò sotto la doccia. Grazie agli Dei la vita riprese a scorrere piano piano nelle sue vene. Forse, era ancora talmente rincoglionito dalla birra della sera prima che quasi dimenticava che quello era un grande giorno per lui. Il primo senza Impegni! Pensò, giustamente, che in questa nuova fase doveva entrare col miglior aspetto possibile, così prese il rasoio e si insaponò la faccia. Pulì lo specchio che era ancora tutto appannato dal vapore della doccia, e sorpresa delle sorprese, lo specchio rivelò quello che la sbronza aveva cancellato. Il riflesso regalò un magnifico occhio nero tutto gonfio.

– Ma guarda quello stronzo ieri sera cosa mi ha fatto! Dovevo infierire ancora su di lui! Manca solo che qualcuno dica in giro che “il grande Alex” ha preso una buona dose di schiaffi, ieri sera.

Non poco preoccupato da quell’ultimo pensiero, si fece la barba con estrema cura, pelo e contropelo, si spruzzò sulla faccia il suo dopobarba preferito e andò in camera per vestirsi. Aprendo l’armadio, scelse un bel paio di pantaloni neri stretti. Si mise su una Ben-Sherman abbinata al suo miglior maglione con il collo a V. Si infilò le sue Clark e fece per uscire.

Voleva incontrare di nuovo il quartiere, andare al Bar a prendere un altro caffè, accendersi una sigaretta mentre passava qualche bella ragazza che lo avrebbe guardato mentre lui le regalava il suo miglior sorriso.

Ed invece, mentre la maniglia della porta era ad un centimetro dalla sua mano, squillò il telefono:

– Ma che palle! Perché ‘sto coso squilla sempre quando hai fretta di vivere?

Alzò la cornetta, e:

– Pronto?

– Bello mio, so’ Fabio.

– Grande! Quanto tempo! Cosa fai? Io stavo uscendo, però aspettami che vengo subito da te, se vuoi!

– E me lo chiedi, stronzo! E’ un anno che non ci vediamo, ma ancora riesci a leggermi nel pensiero!

– Lo sai che io e te abbiamo il “flusso magico”! Dammi il tempo di arrivare. Ho una cifra di cose da raccontarti!

– Grande! Ti aspetto, che anche io non ne ho poche!

– Ciao bello!

– A tra un po’!

La giornata acquistava contorni ad ogni minuto più belli. Cazzo, Fabio, era un anno che non aveva sue notizie. Lui era andato a vivere a Parigi dopo che aveva conosciuto una tipa in un Pub, e dopo una settimana il pazzo era già con le valigie in mano all’aeroporto pronto a raggiungerla. Non vedeva proprio l’ora di rivederlo, era il suo amico di sempre, quello che ti porti dietro da quando eri piccolo. Così, mentre i pensieri volavano nella sua testa, si trovò sopra la Vespa che già lo portava dall’altra parte della città. Non si era mai sentito tanto ansioso di incontrare qualcuno. Così, spinse la sua poderosa al massimo per accorciare il tempo che lo divideva dal suo amico.

 

Lo trovò che lo aspettava, appoggiato come al solito con il piede al muro, i suoi occhiali e la solita barba incolta.

Avreste dovuto vederli mentre si rivedevano! Quasi si corsero incontro, si abbracciarono e nessuno sapeva veramente cosa dire, ma non per mancanza di qualsiasi dialogo, semplicemente perché l’emozione gli mozzava il fiato.

Finalmente, dopo attimi eterni:

– Alex! Amico mio! Come cavolo stai? Sembra un secolo che non ci vediamo, porca troia!

– Sto bene bello mio, e adesso che ti rivedo sto ancora meglio. Non sai che giornata che ho passato ieri, sei arrivato proprio al momento giusto.

Che scena da film dai buoni sentimenti, ragazzi miei! Tutta una amicizia vissuta in un attimo, scambiata all’istante. Tutto un insieme di situazioni che si ripercuotono nell’aria. Come un’enorme nuvola che copre il cielo dopo una siccità lunga un millennio. Tutto quello che ci si aspetta da qualcuno, nel momento stesso in cui si desidera. Tutto questo, con semplici e sonanti pacche sulle spalle.

Alex si pronunciò per primo, con una faccia che era l’immagine stessa della contentezza:

– Insomma, basta con tutti questi abbracci, non vorrei che qualcuno ci scambi per froci! Ti va un caffè?

E Fabio, con un gesto della mano indicò l’entrata:

– Prima le checche!

Alex, allora, lo afferrò e lo buttò nel Bar.

– Sempre il solito animale! – sentenziò Fabio con un sorriso.

– Guarda che fino a prova contraria, da queste parti sono i francesini ad essere considerati un po’ frù frù. Quindi, era a te che spettava il primo posto! Senza offesa, ma è stato un impulso chiamiamolo “nazionalista”, un gesto estremo di riappropriazione!

Conciso Fabio:

– Mavvaffanculo!

Intanto, il ragazzetto dietro il bancone li guardava meravigliato. Non aveva ancora capito se i due scherzassero o meno. Ma del resto, cosa volete aspettarvi da quei due? Era semplicemente il loro modo un po’ manesco di volersi bene. Era così da sempre.

Rivolgendosi finalmente al barista che li guardava ansioso:

– Due caffè per favore, ci mettiamo al tavolo.

Il ragazzo fece allora una faccia tranquilla e rispose:

– Certo! Un momento e arrivo.

Stettero lì seduti una vita intera, o almeno così sembrava. Si raccontarono tutto, quello che era successo, quello che sarebbe potuto succedere, e anche quello che sognavano accadesse. Continuarono a lungo, le lingue filavano, non c’erano interruzioni nei loro racconti. Alex cercò di spiegare le scelte maturate nell’ultimo periodo, dando tutte le spiegazioni del caso. Fabio stava lì a sentire, cercando di dare i consigli migliori. Del resto, lui era il suo amico, e se qualcuno doveva dirgli le cose come stavano era proprio lui. In quel caso, però, non c’era proprio niente da redarguire, aveva fatto quello che si sentiva di fare e che l’avrebbe reso felice, almeno per un po’, e questo era l’importante. Alex parlò fino a quando fu sicuro di aver spiegato tutto nel migliore dei modi. E così, Fabio ebbe campo aperto per raccontare le sue vicende. Il nostro eroe le trovò mirabolanti.

Risero insieme, con grasse e sonore risate, mai aveva sentito tante storie vissute nello spazio di un anno. Tante da poterci scrivere un libro, o magari girarci un film comico. Stava lì, e parlava fitto fitto, fino a quando cominciò a raccontare di una bella ragazza, e si sa, che quando si parla di ragazze, l’attenzione riesce a raggiungere picchi vertiginosi. Così, cominciò a raccontarla il nostro aedo metropolitano:

– Non sai che cazzo di esperienza! Avevo appuntamento con la tipa. Dopo pochi minuti sarebbe salita a casa, così ingerii il mio viagra che un mio amico mi aveva rimediato. Non potevo fare una figura nella media, era una figa stratosferica! Insomma, prendo questo coso, ed ecco lì che suona il citofono. “Allò?” faccio io, e dall’altra parte risponde quella voce francese che mi mandava ai matti. Apro il portone e la faccio salire. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli: vino in fresco, candele ovunque, e buona musica che girava sul piatto. La tipa entra con tutto il suo profumo di femmina. Non aspettavo altro! Cominciamo le chiacchiere di rito, le verso un bicchiere, poi un altro, ed ecco li che il “pastiglione magico” comincia il suo effetto. Insomma, mi faccio sotto, cerco di abbreviare i tempi, quella aveva troppa voglia di chiacchierare, “e che cazzo!” mica l’avevo invitata per starcene su questo divano a discorrere di minchiate! Divento pressante, mi avvicino per baciarla, e lei fa la splendida. Cerco di toccarle una coscia, e lei si allontana. Insomma Alex, te la faccio breve. Lo sai come è finita? Che lei si è incazzata perché la stavo trattando secondo lei da “puttana”, così si è alzata e se n’è andata. Se n’è andata così, capisci? Mi ha lasciato tutto solo con quelle merde di candele accese ed un cazzo che non la finiva più di attirare la mia attenzione. Mi stava facendo un male cane. E la stronza m’ha mollato. Cosa volevi che facessi in quelle condizioni? Inizialmente mi sono regalato un tristissimo “fai da te”, ma niente! Il coso non ne voleva sapere di abbassarsi! Così, me ne sono regalato un altro, ma niente ancora. Insomma, sono rimasto tutta una notte sveglio con una freccia in mezzo alle gambe che puntava il soffitto. Che scena da coglione!

Il problema a questo punto per Alex rimaneva uno, come poteva essere che Fabio era partito per seguire l’amore della sua vita, ed al suo ritorno quello stesso amore non veniva nominato in nessuna di quelle storie? Così, pose la sua domanda:

– Fabio, va bene tutto, le tue storie, le tue esperienze. I tuoi racconti sono fichissimi, e non sai quanto mi ci rode a non essere stato al tuo fianco mentre te li vivevi. Ma la tipa per cui sei partito e per la quale hai lasciato tutto e tutti che fine ha fatto?

– Quella? Bèh, diciamo che siamo durati un paio di mesi, poi ho capito che io con lei non c’entravo proprio un cazzo! Comunque, mi è servita, e pure parecchio. Senza di lei non sarei mai riuscito a lasciare questo posto di merda e scappare. Un po’ quello che hai fatto tu ieri. La riscossa dei poveri.

– Anche tu però sei tornato! Perché?

– Innanzi tutto perchè “pure io”? Chi altro è tornato?

– Nessuno che tu conosca, un ragazzo, si chiama Daniele ed ha un Pub al centro, l’ho conosciuto l’altra sera. Te lo devo far conoscere, è proprio un bel tipo. Ti piacerà vedrai, ha un trascorso simile al tuo.

Continuarono a chiacchierare ancora a lungo. E più passava il tempo, più i loro discorsi si impuntavano sulla necessità di un cambiamento. Non capivano, effettivamente, se quel cambiamento doveva essere il loro, o di tutto quello che avevano intorno. (Se la seconda ipotesi fosse stata quella giusta, non sarebbe stato per niente facile). Comunque, continuavano a discuterne. Ormai era chiaro, era il mondo che faceva schifo, e loro erano le persone adatte a creare il cambiamento. Avviare la svolta. Ma come? Ve li immaginate due sfigati dell’estrema periferia a portare avanti una rivoluzione che non doveva avere nessun colore politico, nessun interesse sporco? La semplice e limpida necessità di vivere nella maniera migliore possibile.

Mentre parlavano, già si vedevano con le loro facce impresse sulle bandiere, e i loro nomi inneggiati a gran voce nei comizi. Ci scherzavano sopra, poi cercavano di ritornare alla realtà, ma un momento dopo erano già l’emblema stesso della riscossa. Forse ci credevano davvero. Forse sarebbe stato veramente possibile. Ma la realtà era un’altra. Questo mondo non voleva nessun cambiamento. Tutti erano felicissimi del loro nulla, tutti erano talmente stupidi da non accorgersi che di fatto, tutto quello che possedevano era inutile, il frutto del volere a tutti i costi, di passare sopra a tutti per accaparrarsi il pezzo! Come potevano capeggiare una rivolta, se il mondo stava bene come stava? E soprattutto, sarebbe stato utile cercare di salvare questo  genere di mondo? Non sarebbe stato meglio aspettare sulla poltrona “davanti al maxi-televisore del cazzo” mentre tutto volgeva alla deriva?

E fu proprio da quel pensiero che ebbero l’illuminazione. Non doveva esserci nessuna rivolta. Nessuno doveva unirsi a loro. Loro dovevano essere i soli artefici del cambiamento. Cani sciolti, Cavalieri moderni alla ricerca di un Graal più che mai necessario. E la cosa più importante stava nel fatto che questo mondo non avrebbe dovuto più soggiogare il loro pensiero in nessun modo. Loro erano il gruppo che diceva no, che voltava le spalle a tutto, la massima espressione dell’individualismo. Essere loro stessi nel modo che più gli piaceva. A qualsiasi costo.

Del resto, immagino che sia difficile accettare e capire scelte tanto estreme. Però, mettetevi nei panni di chi vive ogni giorno come una benevola concessione di chi tiene le carte in mano. Provate a capire chi passa la sua esistenza in una piazzetta di periferia dove non arriva neanche l’autobus. Dove i palazzi sono mostruose creature grigie che mozzano il fiato a guardarle. Costruiti per concessione magnanima dei comuni. L’edilizia Popolare. E poi, oltretutto, nessuno ha mai parlato dei nostri eroi come di innocenti santarellini, erano e restavano dei figli di puttana, però dei bastardi con un codice d’onore e di rispetto. Nessuno doveva mettersi più tra loro e lo scopo, altrimenti, tanto peggio. D’altronde, la morte non è poi tanto male, se si vive come liberazione.

Così, in quel giorno, davanti al tavolino di quel bar presero la decisione finale: rinunciare a tutto, restare figli di nessuno per arrivare al loro riscatto. Erano i diseredati, quelli entrati nel mondo dalla porta sbagliata. Niente sarebbe più stato lo stesso. Nei loro occhi già si intravedeva la sana follia del guerriero, lo spasmo dei muscoli un istante prima che suoni il corno della carica, e che l’urlo unanime ruggisca il suo grido di guerra:

 

“VITA!!!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3° CAPITOLO

 

Il nostro eroe dopo la giornata era tornato a casa. Aveva pur bisogno di un minimo di riposo, dopo una giornata passata a non fare un cazzo in un bar e dopo tante chiacchiere con il suo amico.

Era lì, seduto sul suo divanetto, e un pensiero cominciò ad attanagliarli il cervello. Forse, oggi quei discorsi non erano del tutto campati in aria: lui aveva la soluzione per alzare un po’ di grana, e metterla da parte per farne sempre di più. Insomma, investirla. Il modo non doveva essere troppo pulito ma il fine ultimo avrebbe giustificato qualsiasi mezzo. Del resto anche Fabio era d’accordo! E se anche il Camicia fosse stato dei loro, tutto sarebbe filato via liscio come l’olio. Quel pensiero insano gli montava dentro come un’eruzione, e su di esso si fomentava.

Nonostante l’ozio lo tenesse ancora “impegnato”, la testa continuava a spaziare altrove. Sarebbe bastato poco, un po’ di fantasia e qualche serramanico. Almeno per iniziare.

Così prese il telefono e fece il numero:

– Fabio?

– Si, sono io.

– Bello so’ Alex, ci vediamo stasera al Pub di quel mio amico di cui ti ho parlato?

– Per me va bene, ci vediamo lì verso le dieci?

– Perfetto. Ci vediamo più tardi allora.

– Ciao.

– Ciao a dopo!

 

“Apposto”, questa era fatta, i due si sarebbero incontrati, avrebbero parlato, si sarebbero piaciuti ed a quel punto il nostro stratega avrebbe proposto le sue nuove. Certo, non era affatto sicuro che anche il Camicia avrebbe accettato, ma tentar non nuoce. E, inoltre, anche Fabio non è che era così al corrente di tutti i suoi progetti, ne avevano parlato in maniera piuttosto vaga. Ma che importa, il male lo portavano dentro, bastava un taglietto su quella loro pellaccia per farlo sbottare fuori come una tempesta. E il nostro grande, quanto a parole, aveva sempre convinto chiunque.

In questa città  c’erano soldi, tanti soldi. Bastava solo andarseli a prendere!

 

Venne l’ora dell’appuntamento, il nostro caro era arrivato qualche minuto prima.

Poggiato alla Vespa si accese una sigaretta, e alzando lo sguardo, mentre la fiamma lambiva la sua paglia intravide la sagoma di Fabio che si avvicinava. Con la cicca ancora tra le labbra gli gridò contro:

– Aspetta, andiamo prima a prendere un caffè.

Fabio si fermò per aspettarlo, e quando Alex lo raggiunse si infilarono nel bar che dava sulla via principale. Presero il loro caffè, salutarono il barista, e si incamminarono verso il Pub dove li stava aspettando quello che da lì a poco sarebbe diventato il terzo membro del loro Clan.

Entrarono, Alex spinse la porta e:

– Salute bello mi aspettavi?

Dall’altra parte del bancone il Camicetta:

– Brutti ceffi come te preferisco non aspettarli.

Avvicinandosi al bar Alex celebrò le presentazioni:

– Questo è un mio amico, si chiama Fabio.

– Piacere Daniele, ma se ti accompagni co’ ‘sto tizio puoi chiamarmi anche Camicetta.

– Piacere mio, Alex mi ha parlato di te. Praticamente ti conosco.

– Meglio così, avrò meno cose da raccontare. Cosa vi do ubriaconi?

– Per me una scura – proferì Alex

– Per me un Jameson – chiese Fabio.

– Pronti! – sentenziò il nostro Mastro.

Come al solito non c’era un cazzo di nessuno in quel posto. Presero gli sgabelli e si sedettero. Parlarono, ma Alex rimase un po’ defilato, voleva rendersi conto se quel gruppo potesse reggere o meno. La prima impressione non fu male. I due chiacchieravano, ogni tanto Alex dava il “la” per ravvivare il discorso e subito si faceva da parte. Tutto andava come aveva previsto. Il nostro Cesare gettava le basi per il suo “De Bello”. La serata continuò così, tra chiacchiere futili e meno futili, i due effettivamente si trovavano d’accordo. Insomma si piacevano. E il quadro cominciava a delinearsi: quel gruppo, se tutto andava come doveva, avrebbe preso la città intera. Erano menti eccelse votate alla violenza, al crimine. Ma di tutto questo, nessuno, eccetto Alex, ne sapeva ancora niente. Avrebbe lasciato che tutto andasse lentamente, non doveva avere fretta o tutto il suo piano si sarebbe sgretolato all’istante.

Ad un tratto, il clima semi-serio di quel locale venne improvvisamente interrotto.

La manna dal cielo. Tre ragazze carine, in forma e al top dello stile, entrarono in quel mezzo tugurio. I loro profumi investirono la sala, e i cervelli, in quel momento troppo pensanti dei nostri tre, si chiesero cosa cazzo ci facessero tre passere del genere in un locale come quello. Ma alla fine poco gli interessava. Ora la cosa più importante era andare all’attacco, e cercare di svuotare non solo qualche altra pinta prima che finisse la serata!

Le tre belle si avvicinarono al bancone e con sorrisi smaglianti chiesero al Camicetta tre gin tonic, molto tonic. Mai un barman caricò tanto un cocktail! Presero i loro bicchieri e si sedettero proprio accanto a loro. Cominciarono a parlare di “cose da donne”, ma dagli sguardi che lanciavano ai ragazzi nessuna di loro era veramente interessata a quei discorsi. Del resto, quale donna avrebbe potuto resistere al fascino di quei tre ragazzacci!

Oramai, nessuno era più interessato a niente. Il tre contro tre era cominciato. Gli sguardi si infittivano, le tre ochette sghignazzavano sui loro sgabelli, e del gin tonic era rimasto solo il limone.

Subito il Camicetta, pronto all’attacco, gliene preparò altri tre e:

– Questi li offre la casa!

E loro:

– Grazie! Veramente carino…!!!

Risate e complici sguardi ammiccanti facevano da padroni là dentro. Il clima diventava sempre più rilassato. L’alcool aveva preso il sopravvento e ognuno aveva già attaccato bottone con la sua rispettiva. Da quel momento in poi non si capì più niente, l’alcool viaggiava in quantità industriale, nemmeno un operaio di Cardiff reggeva quei ritmi. La musica aveva alzato i battiti, il postaccio si era trasformato in una sexi-pista da ballo, e i corpi cominciavano a strusciarsi l’uno contro l’altro. Il super Camicia stava già sul tavolino nell’angolo a ballare “un lento”, e gli altri due presto lo avrebbero seguito. E’ noto a chiunque che chi lavora dietro un bancone ha sempre un ascendente particolare. Sarà perché è lui che decide se farti ubriacare o meno, e specialmente a quale costo!

Comunque, è inutile dilungarsi troppo. Queste cose si sa come vanno a finire. E non pensate male, i nostri ragazzi erano dei gentiluomini. Le donne, loro, le trattavano con il dovuto rispetto. E quelle tre micette, meritavano ogni gentilezza.

Posso solo dirvi che la serranda del locale venne abbassata prima del solito, e che da quella serranda non uscì nessuno. Però, forse (per i più creduloni), dentro c’era una botola che portava nel regno degli elfi. Già, forse. O più auspicabilmente  i nostri belli continuarono la loro festa, in un clima, diciamo, più discreto. E chiaramente, a porte chiuse.

Quando la festa finì, il sole salutava la loro città in maniera ancora obliqua. La luce era di quelle che non danno fastidio agli occhi, però, più fastidiosi erano i fringuelli: la sveglia naturale che ti fa capire che hai fatto veramente tardi, che quella nuova giornata sarebbe stata vissuta con facce ebeti e cervelli spenti. Ma di certo tali pensieri non li avrebbero riguardati, almeno per oggi.

Oggi i nostri ganzi sarebbero tornati ognuno alla propria tana, ognuno con un sorriso differente e orgoglioso stampato sulla faccia.

Salutarono con sonanti e liscivi baci le loro belle, che sculettanti si allontanarono. Quando le splendide furono a distanza di sicurezza, i nostri “Valentino” cominciarono a saltare e gridare come pazzi. Fantastici cazzo. La gioia schizzava da ogni cavolo di centimetro della loro pelle. E poi volete mettere che fortuna, questa volta non c’era bisogno di impegnarsi tanto per convincere nessuno, perché ognuno aveva il suo testimone pronto a sostenere la maxi prestazione del compagno. Perché, è inutile nasconderlo, quando succedono queste cose la vera gioia non è nell’atto di per sè, ma nello spifferarlo agli amici non tralasciando nulla, ma anzi aggiungendo qualcosina che renda tutto molto più Hard Core.

Quando la loro danza e i loro inni al sesso finirono, si incamminarono in direzione del bar, c’era bisogno di un cappuccino e almeno due cornetti a testa. Mentre camminavano sulla strada alle prime luci del giorno, sentivano che quella città era loro, gli apparteneva. Le poche anime per le vie non facevano ancora presupporre che di lì a poco quelle stesse strade, sarebbero diventate un delirante rigurgito di macchine e clacson. Ma di certo, loro sarebbero sfuggiti da quel bordello una manciata di minuti prima che cominciasse.

Terminata l’abbondante colazione, ognuno si sarebbe diretto nel proprio quartiere, e avrebbe affondato nel letto il corpo stanco di una notte splendida.

 

Buongiorno mondo, venne quasi da dire quando gli occhi di Alex si aprirono fissando il soffitto che fortunatamente rimaneva fermo quel pomeriggio. Aveva dormito a lungo, e il cielo cominciava ad imbrunirsi. Era inverno, e il tepore del suo letto non poteva essere lasciato per affrontare il pavimento ghiacciato. Un po’ alla volta si fece coraggio, e impastato dal sonno si mosse verso la cucina.

– Mamma mia che casino! – gli uscì dalla bocca – Se non metto tutto a posto, da domani è possibile che mi toccherà convivere con una graziosa famigliola di ratti, o forse qualche germe di malaria o peste già sta organizzando il suo attacco tra la quarta e la quinta fila di piatti. Meglio distruggerla subito.

Così cominciò l’assalto al lavello. Uno alla volta distruggeva con impeto le incrostazioni delle sue stoviglie. Una casalingo perfetto.

Dopo un’ora di fatica era riuscito a riportare tutto allo stato originario. Aveva quasi dimenticato il colore della sua cucina. Soddisfatto del suo operato si accomodò sulla seggiola mentre il caffè appena fatto scaldava la sua anima leggera. Si accese la sigaretta e prese il telefono. Sul tasto dell’ultime chiamate apparivano solo due nomi Fabio e Camicia. Chiamò il primo:

– Bello sò Alex, mi sto spaccando le palle dentro casa che c’hai da fare?

– Ti ha detto proprio culo, ti stavo per chiamare, c’ho una maxi svolta per stasera.

– E in che consiste, questa svolta?

– Guarda m’ha chiamato cinque minuti fa, Mimmo “Er Gigante” m’ha detto che fa la sicurezza all’entrata del concerto di stasera! Capito che culo!

– Grande! Ma chi suonerebbe stasera?

– Ma dove cazzo vivi? Ci sono i manifesti attaccati anche sui cessi dei bar più “zozzi”, e tu non hai visto niente?

– La sera non sono mai nelle condizioni da riuscire guardarmi intorno con la dovuta attenzione, e la mattina dormo. Quindi, dimmi tu quando cazzo vuoi che li avrei visti?

– Dai non fare queste polemiche inutili, sei solo un tossico ubriacone del cazzo e quindi la persona giusta per assistere con me all’unico concerto in Italia degli Who!

– Non dirmi stronzate! Veramente suona qui il mio gruppo preferito ed io non sapevo una mazza?

– Te l’ho detto che sei un rincoglionito! Facciamo che ci becchiamo al Dubliners così incastriamo anche il Camicetta?

– Adesso, sono le cinque e quaranta, ci vediamo appena finiamo di prepararci?

– Guarda che io so pronto!

– Ma io no, puzzo come un cane fradicio. Quindi dammi una mezzora per lavarmi ed il tempo per arrivare.

– Dai, allora tra un’oretta. Ma io comincio ad andare, perché se rimango ancora a casa, mi cadranno le palle sul tappeto!

– Allora sbrigati, che so’ troppo piccole, e poi te le perdi! Dai, a parte le cazzate, ci vediamo tra poco.

– Ciao, e a dopo, Stronzone!

 

Che figata! Non riusciva ancora a crederci. Il concerto degli Who, l’unico in Italia, e lui ci sarebbe stato! Il frastuono gli avrebbe attraversato il cervello come un proiettile, mentre lui avrebbe strillato come un pazzo tutti i pezzi, usciti da quegli amplificatori. Era questo il suo pensiero mentre dopo la doccia e la vestizione si allacciava le scarpe. Si rimise alla decisione dello specchio che, affermò in pieno ogni sua scelta stilistica. Così mentre stava per uscire un pensiero gli prese il cervello. Ovvero, che sicuramente la condizione di lucidità non era quella ideale per una serata del genere, e nel cassetto del comodino c’era ancora un po’ di polvere magica. La stessa che lo aveva fatto sopravvivere in questo periodo di disoccupazione. Ma doveva aiutarlo a sopravvivere ancora, ed era sicuro che portarla con se, equivaleva a spazzolarla tutta, prima che il concerto fosse iniziato. Specialmente con i tizzi con cui si accompagnava. Si fermò davanti al cassetto come impietrito. Quelli erano i suoi risparmi per il futuro più prossimo. Spenderli o no? La decisione chiaramente fu semplice e mentre apriva il cassetto disse:

– Ma che me ne frega! Domani ci penserò, stasera ne vale troppo la pena.

Mentre si infilava in tasca, l’argomento di tanta contesa, uscì di casa sbattendosi la porta alle spalle.

 

Si involò lungo la strada, mentre la gente “normale” tornava nei propri loculi per la cena e dove avrebbero trovato il calore delle loro televisioni e delle loro famiglie. Ancora qualche semaforo e anche lui avrebbe raggiunto la sua.

 

Fu proprio così. Trovò i suoi due fedeli che lo aspettavano ansiosi. Il Camicetta per primo disse:

– ma quanto c’hai messo?

E Fabio:

– Per fortuna che dovevi solo prepararti! Ma che ti sei truccato?

– Bella accoglienza amici miei, anche io sono felicissimo di vedervi, non resistevo più un minuto senza le vostre facce da culo. Comunque visto che siete stati così carini il regalino che vi avevo portato me lo tengo tutto per me. E poi scusa Camicia, te perché mi aspettavi, non dirmi che parteciperemo all’evento dell’anno insieme?

– E invece te lo dico e come! Il nostro Fabio me ne a parlato e ad un invito del genere non ho potuto proprio dire di no. Così per stasera chiudo bottega e vaffanculo. Però, adesso, non farmi stare in pensiero, lo sai che le sorprese mi stanno sulle palle. Cos’è ‘sto regalino?

Fabio dal suo sgabello sgranò gli occhi mentre il nostro grande si infilava la mano in tasca per poi alzarla verso il soffitto facendo sventolare una bustina dal contenuto candido come la neve.

– Questo era l’elemento mancante per una serata come si deve – Disse il Camicia – sei un fottuto genio.

Mentre Fabio si avvicinava, Alex era già chino sul bancone con una tessera del telefono che “acchitava” tre striscioline molto invianti

– questo è solo l’antipasto signori, se volete favorire ancora non dovrete che chiedere al sottoscritto. Cercherò di accontentare le vostre esigenze nel migliore dei modi.

Alex disse tutto questo mentre con un inchino indicava il “piatto ai suoi commensali”.

Uno alla volta, si piegarono tutti e tre su quella prima portata. Ma come tutti i pasti che si rispettino doveva essere accompagnata da qualche liquido. Gassoso se possibile. Così in men che non si dica il CamiciaSomeliè porse loro le bionde che aspettavano. Con la gola secca che gli era venuta se le  scolarono in tre sorsi, Subito se le riempirono di nuovo, e tra strilli e risate venne l’ora di avviarsi. Non prima chiaramente di aver riempito uno zaino di birre, e aver sistemato sul loro piatto altre tre piste. I tre ci sciarono sopra alla grande e con occhi pallati da far paura si diressero alla porta. Si incamminarono verso la metropolitana. A  quell’ora con il casino che c’era per le strade, di prendere la macchina non se ne parlava proprio.

Fecero il viaggio come tre sardine nella scatola, tutti compressi tra tutta quella gente incravattata, che tornava dai rispettivi luoghi di tortura. Diciamo che la loro condizione non era quella ottimale per affrontare un viaggio del genere, e qualcuno tra quei pendolari se ne dovette accorgere, perché in poco tempo come per magia intorno ai nostri tre mutanti si creò il vuoto. Avevano una faccia di merda ed un alito che puzzava di birra da far schifo. Non erano ubriachi, ma le loro facce non lasciavano presagire niente di buono. Si cominciò a sentire uno strano rumore venire dalla gola di Alex. Alchè Fabio:

– oh ma che cazzo ciai?

E il Camicia:

– Alex, Alex ma che ti prende, stai bene?

Che domanda del cazzo, gli occhi del nostro grande erano rossi di sangue, non riusciva a parlare e continuava a fare quello strano rumore fin quando girandosi di scatto:

– BUHAAA!

Avete capito bene, la nostra fontanella tirò fuori dal suo stomaco un paio di ettolitri di succhi gastrici misto birra, patatine e merda varia. E tutto sulla pelliccia di non so quale animale molto peloso , della signora che gli stava davanti. Lei non si girò subito, incredula, una cosa del genere non poteva essere capitata a proprio a lei. Ma quando quel fetido liquido cominciò a scolargli sulle scarpe, venne presa da un attacco isterico, (neanche le avessero vomitato addosso) strillava e sbatteva i piedi. Era impazzita.   Con un pessimo tempismo ed una faccia del tutto ebete disse;

– Scusi!

In una maniera talmente stupida che la signora si incazzò ancora di più. Ne nacque un parapiglia niente male:

– brutto figlio di puttana, delinquente mi hai rovinato la pelliccia, io ti ammazzo.

Fabio tentava di tenere la iena che ormai era scatenata, voleva ucciderlo davvero, ed il Camicia si era piazzato davanti ad Alex che quasi dormiva poggiato al muro della metro. Fabio cercò di spiegargli:

– lo scusi, davvero signora, ma sta molto male. Non lo ha fatto apposta.

– a me non me ne frega proprio niente che sta male è un drogato di merda e alla prossima fermata scendo a denunciarlo.

La frase non piacque tanto ai due difensori, che stavano per inveire contro la roscia impellicciata quando venne l’annuncio che salvò la iena da una brutta situazione.  Era l’interfono della metro che chiamava la loro fermata. Loro si catapultarono all’esterno. La tizia cercò di scendere ma mentre stava per farlo Fabio tornò indietro, e infilandosi la mano in tasca a mo’ di pistola le strillò contro:

-se fai solo un altro passo, di buco da parte a parte quella pancia gonfia di merda che ti ritrovi. Vecchia Puttana!

Lei chiaramente impallidì, i viaggiatori più vicini, che avevano assistito al fatto si spiaccicarono l’uno contro l’altro lasciandola come unico bersaglio di quella fantomatica pistola. Svenne, le porte si richiusero proprio in quel momento. Fabio si girò e corse come un ossesso per raggiungere i suoi amici che erano già fuggiti senza accorgersi di niente. Salirono le scale mobili, praticamente volandoci sopra, i loro piedi quasi non toccavano per terra, in tutto questo casino e dopo quella bella vomitata anche Alex si era ripreso e correva veloce.

Quando arrivarono all’esterno la luce giallastra dei lampioni donò loro, finalmente un po’ di calma, ma non poterono fermarsi proprio li sopra, e continuarono a correre ancora, fin quando, non trovarono un vicolo tutto buio. Ci si infilarono per riprendere fiato e Alex innocentemente disse con il fiato che gli si strozzava in gola:

– certo che quella cicciona si è proprio incazzata di brutto, se non avesse strillato in quel modo le avrei sicuramente ricomprato la pelliccia. Figuriamoci, sono un signore io!

I tre maledetti si guardarono in faccia, scoppiarono a ridere rumorosamente, mentre da lontano si intravedevano le luci dello stadio che illuminava il cielo di cento colori.

Si intrufolarono nella scia frusciante che raggiungeva il concerto. Tirarono fuori le birre dallo zaino e si fecero trasportare leggeri dalla folla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4° CAPITOLO

 

 

Si trovavano nel centro del delirio, gli amplificatori spararono sulla folla impazzita, il loro suono, l’esplosione fu magnifica la band cominciò la sua esibizione mentre tutti restarono estasiati.

– Cazzo Alex ma lo senti che roba?

– Lo sento si, Camicia, ma quanti decibel escono da quei cosi?

– Non ne ho idea, ma è una bomba, e guarda ancora quanto salta il vecchietto! Disse Fabio con un gran sorriso.

– Oh, ma non la stappiamo un’altra? Ciò una sete della madonna.

– Dopo tutto quello che ti sei vomitato ancora hai voglia di bere? Fai cagare Alex.

– Non dire cazzate Camicia e passami una birra che a forza di gridare ciò la gola in fiamme.

 

I nostri tre, continuarono così per tutto il tempo la musica li invadeva. Tutto intorno era un apoteosi di gioia e grida isteriche. Fino a quando il Camicia non se ne uscì con una frase che non centrava proprio nient,e e per lo più sembrava irrealizzabile in mezzo a quel bordello:

– Oh ragazzi! Io mi sto pisciando sotto!

– Ma che sei scemo! – Sentenziò serio Alex -Come cazzo fai qui in mezzo. Mi sa, che te la dovrai tenere. Almeno che, non pisci nello zainetto di questo tipo qui davanti.

– Rompi sempre le palle Camicia! – gli disse Fabio – Non chiedermi per niente al mondo di lasciare questo posto per accompagnarti per che non ti inculo proprio, se ci muoviamo da qui il concerto lo vediamo più col cazzo!

– Siete sempre i soliti disfattisti, nessuno a detto che dobbiamo spostarci ho solo detto che devo pisciare tutta questa birra mi sta facendo esplodere la vescica. Se non la faccio subito e probabile che esploda!

Mentre parlavano, o meglio, mentre gridavano intorno il macello continuava, e sempre in levare. La gente sembrava impazzita c’era già chi si era tolta la maglietta e gli svenimenti sotto il palco non si contavano. Poi avvenne una cosa che accese la lampadina al nostro Camicia. Tutta quella gente durante la pausa della band cominciò a gridare:

– ACQUA, ACQUA!

Quella era la soluzione al suo problema. L’Acqua. E volle essere proprio lui il magnanimo distributore di quel liquido tanto agognato. Così prese le teste dei suoi amici, avvicinò le loro orecchie alla sua bocca e gli disse:

– ho trovato il modo per pisciare, Fabio passami quella bottiglia da sessantasei che hai sotto i piedi. Poi mettetevi davanti a me e non giratevi, fate i vaghi.

Fabio gli prese a bottiglia, il Camicia se la portò in mezzo alle gambe fece scivolare fuori dalla patta il suo arnese e come se fosse la cosa più normale al mondo pisciò in mezzo a centomila persone che chiaramente non si accorsero di nulla.

La gente continuava a strillare la sua richiesta, Camicia terminò il suo bisogno e la faccia sembrò    essere ringiovanita di venti anni. In quel momento la band ricomparve sul palco. La luce si spense di botto, e nello stesso momento in cui uscì il lampo accecante dagli enormi fari sistemati li sopra attaccarono il loro pezzo più potente. Un’invasione sonora. Nessuno era più interessato all’acqua. Ma il nostro Camicetta non aveva dimenticato le loro richieste. Così mentre tutti saltavano, saltò pure lui, ma più in alto, e mentre saltava cominciò a far girare sopra la testa quella bottiglia piena zeppa di piscio. Saltava e cantava, ma soprattutto rideva. E più continuava e più rideva.

Quelli intorno a lui sembrarono ringraziarlo con gli sguardi. Infondo chi mai poteva immaginare che qualcuno avesse pensato ad una cosa tanto bastarda. Era acqua, e lui era felice che la gente lo pensasse. Semplicemente acqua, a limite tè.

 

Il concerto cantò la sua ultima canzone, ed i nostri tre seguirono il fiume che sfociava in direzione del piazzale antistante lo stadio. Restarono alcuni minuti in silenzio, con la musica che ancora fischiava nelle orecchie. Poi con la testa ancora zeppa di quelle splendide note raggiunsero il notturno che li avrebbe riportati al Pub.

Il viaggio volò via leggero, ognuno aveva conquistato il proprio posto. Rigorosamente in piedi. Tra le facce livide e senza nome che popolano gli autobus a quell’ora. Sembra di entrare in un mondo a parte, sembra che quei personaggi restino sempre su quei sedili freddi, aspettando la mattina per scendere ognuno alla propria fermata. Certo non erano quelle facce che potevano impensierire i nostri tre. Loro una faccia ce l’avevano e di certo non si confondeva tra le tante. Avevano occhi come coltelli che ti bucano la carne fin dentro l’anima, e dopo quel concerto anche un sorriso che metteva in comunicazione diretta il cuore con le stelle. Comunque, dopo minuti che volarono via frettolosi, l’autobus fece la sosta anche per loro. Scesero i tre gradini e riatterrarono sul marciapiede di un mondo normale. A passi veloci si diressero verso il Pub, e poco dopo erano già davanti alla saracinesca che Daniele cercava di alzare nel modo più silenzioso possibile. La serranda però, aveva voglia di svegliare tutto il quartiere così stridì in maniera talmente forte da insordire chiunque, anche loro, che di decibel per quella sera ne avevano assorbiti in quantità industriale.

Uno alla volta si intrufolarono sotto la rumorosa guastafeste lasciata aperta solo per metà, e quando il Camicia accese la luce, gli altri due ubriaconi erano gia seduti con i gomiti sul bancone in attesa dell’amato luppolo.

– Ad alzarvi la mattina per andare a lavoro non siete mai così veloci?

– Camicia se un giorno avessi anche la benché minima intenzione di torturarmi inutilmente con una cosa brutta come il lavoro, uccidimi subito!

– Fabio sei un cazzone come al solito! – Disse Alex ridendo di gusto. – Io invece propongo un brindisi a quelli che si svegliano al mattino e producono la ricchezza per il nostro amato paese. Non come noi, senza arte ne parte! Loro sono i nuovi eroi da emulare. Io purtroppo però non sarò mai in grado di essere bravo come loro, e ci condanno al fancazzismo perpetuo, SALUTE!

 

In linea di massima la serata continuò a lungo sulla stessa impronta. Bevvero, e bevvero ancora, fumarono, dissero un mucchio di cazzate e poi bevvero di nuovo.

Insomma niente di nuovo.

Il mattino li sorprese nel torpore alcolico in cui si erano cacciati, e fece capire loro che forse ara arrivato il momento di alzare i culi da quegli sgabelli per andarsene. Si salutarono mentre si incamminavano ciondolanti, ognuno nella propria direzione, ognuno con i suoi pensieri e la sua bocca impastata..

Il sole salutò il mondo totalmente poco dopo, ma i nostri vampiri urbani raggiunsero appena in tempo la penombra delle proprie case.

 

Passarono giorni e giorni senza che i nostri si sentissero o si vedessero, ognuno aveva deciso che un po’ di tempo ci voleva per riabilitare il proprio cervello, fritto, da giorni e giorni di alcol sigarette e “bamba”. Presero il loro tempo ed in fondo era anche giusto!

 

Una mattina Alex si alzò prima del solito, più che altro si alzò di mattina e quello di per se era già un evento straordinario. Salutò il sole con un sorriso invece che col solito bestemmione, si tolse di dosso il piumone e si alzò tranquillo. Tutta questa tranquillità non preannunciava niente di buono per questa giornata!

Andò in cucina mise il caffè sul fuoco e aspettò che la macchinetta fischiasse il suo richiamo, si riempì la tazzina che cominciò a bere mentre accendeva l’acua della doccia. Un po’ di musica per ristabilire i ritmi vitali fondamentali e una sigaretta mentre l’acqua si faceva calda. Fischiettò la canzone che girava sul piatto, fece cadere le mutande per terra, appoggio la tazzina sul lavandino e si infilò sotto al getto. Continuava a cantare, e andò avanti per tutto il tempo, finchè non si trovò pronto davanti allo specchio per affrontare il sole, e la città.

Decise che quella era un ottima giornata per andare a sdraiarsi sull’erba fresca del parco mentre il sole gli scioglieva l’anima dai suoi turbini. Lo fece. In men che non si dica i suoi piedi stavano già scricchiolando sulla ghiaia delle stradine che passano tra i prati infiniti di quel posto. La vita gli scorreva dentro prepotente, e nessun pensiero lo avrebbe colpito in un giorno come quello. Nessuno è vero, nessuno tranne uno. Che pensiero non si può definire perché fu talmente reale da distruggere infrangere scassare tutte le protezioni che si era creato per difendere il suo mondo, affinché rimanesse per sempre, il suo. Infatti dopo poco incontrò i suoi occhi, per caso, forse per sbaglio, gli accesero nel cuore un incendio e lo stomaco sembrava invaso da uno stormo di farfalle. Continuava a guardarla mentre lei continuava a leggere il suo libro immersa nel suo mondo. Forse era una fata? Forse era l’angelo di cui tutti parlano, come se fosse scontata la sua esistenza. Si accese una sigaretta nella speranza di lasciare appeso il tempo alle sue lancette e non farlo scorrere via. Voleva continuare a guardarla mentre tutto il resto del mondo correva lontano. Restare solo con lei, riuscire a dirle qualcosa di sensato mentre la lingua  si attorcigliava su stessa complicando tutto. O forse no, forse doveva restare li immobile, appoggiato all’albero di quel parco per tutta la vita. Forse era amore, ma come poteva essere? Non sapeva neanche il suo nome, il timbro della suo voce? In cuor suo però sapeva che sarebbe stata inebriante come vino e dolce come miele. Una cosa tipo le sirene di Ulisse. Ma lui non era certo Ulisse! Voleva andare e dirle che il loro amore avrebbe superato l’infinito, i loro occhi si sarebbero guardati per sempre senza mai stancarsi, le loro bocche si sarebbero scambiate per sempre i baci più dolci, e sarebbero morti nello stesso istante per non soffrire uno dell’altra, e continuare il loro Amore in qualche Paradiso fantastico. Si si, voleva proprio andare, ma le gambe non erano della stessa opinione e rimasero inchiodate a quel fazzoletto di prato. Accese un’altra sigaretta per darsi coraggio e un po’ di tono. Cominciò ad andarle incontro. I metri diventavano sempre di meno, quasi sentiva l’odore di qual tesoro incastonato nell’erba del parco più bello  del mondo. Ormai era a pochi passi da lei. Fece per dirle qualcosa ma lei si girò, incontrò di nuovo quegli occhi e cambiò strada. Mentre percorreva la direzione sbagliata gli venne in testa una canzone che diceva: “… quando ormai si vola non si può cadere giù…” immaginò la sua vita senza di lei, e tornò sui suoi passi.

– Ciao, lo so stai leggendo e non vorrei disturbarti, ma credo di Amarti e non potevo allontanarmi senza dirtelo. Non potrei mai tornare al grigiore del mio monolocale senza guardare ancora lo splendore dei tuoi occhi, e conoscere quello che più ti piace per regalartelo. Quasi dimenticavo, mi chiamo Alex!- Le disse questo con un sorriso impacciato sulla faccia. – Non dirmi niente non pensare che sia un pazzo che vuole attaccare bottone, magari lo sono ma che importa, trovami te uno sano in questo mondo!

Lei rimase li a guardarlo con gli occhi sgranati e increduli. Non proferiva parola, semplicemente restava li a fissarlo. Per secondi eterni. Poi finalmente. – Alex! Grazie delle fantastiche parole, ma già mi conosci, andavamo al mare insieme quando eravamo piccoli, non mi riconosci? Sei rimasto perfettamente identico, complimenti! Se ancora stai li con quella faccia vuol dire che non ti ricordi proprio. Sono Beatrice.

Il viso di lei da bambina gli si stampò davanti agli occhi. Era la Bambinetta che gli aveva già rubato il cuore nelle estati calde di tanti anni prima.

– Sei Beatrice??? Non ci posso credere, sei davvero tu? Sembra passato un millennio dall’ultima volta che ci siamo visti. Dio mio, è assurdo. Ora mi sento anche un po’ scemo ad aver detto tutte quelle cose ad una persona che già conoscevo. Sei offesa?

– Offesa? Vorrai scherzare, quale donna potrebbe mai rimanere offesa da certe parole?

– Menomale, però mi sento una cifra a disagio.

– Non devi sentirti a disagio, e mettiti seduto che è un quarto d’ora che stai li impalato. Mi sta venendo il torcicollo a guardarti da qui sotto, e poi il destino non dovrebbe mettere paura a nessuno, è scritto, quindi inevitabile. Hai fatto i tuoi passi quindi adesso ti assumi le tue responsabilità fino in fondo.

Lei si spostò lasciando un po’ di spazio sul plaid dove era seduta e disse ancora:

– non mi sembra possibile che tu sia Alex, cosa hai fatto in tutti questi anni? Raccontami senza tralasciare nulla. Sono ancora più curiosa di quando ero piccola.

 

Lasciarono veramente il tempo appeso alle sue lancette rimasero li forse una vita intera parlando ognuno delle propria storia. Il sole si adagiò dolcemente dietro il colle del parco e il custode gridò a tutti che stava per chiudere il cancello. Li sorprese che ancora parlavano. Così si alzarono. Lui le raccolse il plaid e lo zainetto, li sgrullò dall’erba e se li mise in spalla. Si incamminarono verso l’uscita in silenzio. Forse quel risveglio inaspettato li aveva chiamati alla realtà con troppa foga. Si ritrovarono fuori, sul piazzale erano rimasti solo la sua Vespa e lo scooter di lei. Rimasero fermi qualche istante li fuori poi Alex disse:

– posso rivederti una di queste sere? Sento che ho ancora così tante cose da dirti.

– E me lo chiedi? Segnati il mio numero e chiamami quando ti pare. Magari, presto!

Gli disse questo con il sorriso più dolce che l’uomo abbia mai visto da quando esiste. Lui le si avvicinò e le diede due baci sulle guance, poi fecendosi indietro disse:

-Allora, a presto?

E lei – Lo spero!

 

Andò via stralunato, le stelle negli occhi ed un intero disco d’amore che gli girava nel cuore! Il mondo gli girava intorno e la testa lo rincorreva come impazzita, senza controllo.

I colori della sua città al tramonto non erano mai stati tanto belli!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5° CAPITOLO

 

 

Aveva ancora gli occhi a forma di cuore e le farfalle che gli volavano nello stomaco, quando arrivò nella sua via. Parcheggiò Penny e si avvio verso il portone. Fu proprio a pochi passi da casa sua che il destino volle dargli la sua chanche.

Infatti mentre attraversava le grate che separano il portico dalle cantine arrivò al sua orecchio qualcosa di straordinario.

Era la voce del bastardo che forniva cocaina a tutto il quartiere e non solo, che parlava con altri due tizi di cui non riconobbe le voci.

Il suono di quelle parole arrivava dritta dritta da li sotto, un posto dove non era saggio avventurarsi. Infatti in quei putridi seminterrati, si svolgevano tutti i giri più o meno chiari della sua zona.

Il tipo dalla voce nota disse che era una cosa da niente, un trasporto pulito pulito di una ventina di chilometri, con un cambio di auto a metà strada. La cosa sconvolgente fu che il coglione parlò tranquillamente senza tralasciare il minimo dettaglio, mentre il nostro Scarface urbano appuntava tutto nella parte del cervello dedicata agli appunti.

Schizzò via, il portone resistette a malapena all’urto della sua spinta, salì i gradini quattro a quattro, ed entrò dentro casa come una furia.

I momenti magici di poche ore prima si erano disciolti in lontani ricordi.

Ora in lui regnava di nuovo il Caos.

 

Chiamò i suoi “compari” dicendogli che aveva una grandiosa notizia da dargli. Non accennò a nulla, non si dilungò in chiacchiere. Era un sacco di tempo che non li sentiva ma quello non era il momento per un inutile “come va?”.

Diede appuntamento al loro rifugio, e pregò il Camicetta di aprirlo un’oretta prima per poter parlare indisturbati, magari con la serranda abbassata. Nessuno doveva sentire un cazzo della loro conversazione.

Dall’altro capo del filo i due rimasero come allocchi quando Alex, gli attaccò praticamente il telefono in faccia senza nessuna spiegazione aggiuntiva. Disse soltanto che dovevano sbrigarsi!

L’appuntamento fu rispettato in pieno, si trovarono tutti e tre all’interno del “Dubliners” all’ora stabilita. Non ci furono abbracci ne smancerie particolari, Fabio e il Camicia stavano li a fissarlo, pronti a ricevere una notizia di cui non immaginavano minimamente il benché minimo contenuto.

 

Era sempre stato così, quel bastardo quando si metteva in testa qualsiasi cazzata la doveva portare a termine, altrimenti guai ai poveracci che dovevano subirne le torrenziali conseguenze.

 

Comunque dicevamo, stavano tutti e tre li dentro e solo due rimanevano sospesi come immobili, la stessa sensazione che si prova quando una qualsiasi prof. del mondo scorre il dito su quella merda di registro per giustiziare qualcuno.

Alla fine Alex proferì parola, e spiegò tutto quello che aveva sentito per filo e per segno, non tralasciò una virgola, e mentre parlava, seguiva da buon oratore le smorfie dei suoi interlocutori per forzare un punto o smorzarne un altro. Non poteva andare in fumo il suo disegno.

Parlò di getto, e come una frana rovesciò in quel pub il suo progetto, e gli altri due ancora inermi rimanevano a guardarlo:

– Allora? Che ne dite cazzo, state li a guardarmi! Che ne pensate?

– Mi prendi alla sprovvista Alex, che cazzo ne so, non sono mica decisioni che si prendono in un minuto, cioè è come dire, butta al cesso tutta la tua vita e piazzati tra le chiappe di uno dei più grandi balordi della città! Non lo so non mi sembra saggio… disse Fabio frastornato

-E tu Camicia che hai da dirmi, che anche la tua vita è troppo bella per diventare un cazzo di milionario, chiudere questa merda di pub per fotterti qualche bella figa su una qualsiasi merda di spiaggia dell’altro emisfero? Questo disse Alex leggermente irritato

– No, io ci sto, so benissimo che la mia vita è una merda, so benissimo che i buffi mi stanno ricoprendo e non ho più la volontà di rimettermi in pista in maniera pulita, mi sono rotto il cazzo, e poi la prospettiva di una spiaggia assolata con due tipe che mi solleticano l’uccello mentre bevo il mio drink non è per niente male!

– Per me non siete normali! Ma vaffanculo! E valutate le condizioni socio-economiche in cui verto immagino che anche per me la strada illegale sia l’unica con un po’ di discesa, e si fotta la legalità! E questo lo disse Fabio con rassegnata ilarità.

 

Alex restò senza parole non si aspettava un successo come quello e in così breve tempo. Ma rimaneva ancora molto da organizzare e per ora i festeggiamenti erano rinviati.

– O.k. ragazzi mi avete stupito alla grande, ma manca qualcosa. Non penso sia intelligente andare di fronte a dei balordi a mani nude, bisognerà rimediare gli arnesi del mestiere, qualche ferro che ci dia una qualche credibilità criminale.

– Per quanto mi riguarda io li sotto ce l’ho già una 9 pronta all’uso. Ai tempi di oggi ci sono troppi balordi in libertà. Il Camicia lo disse con un sorrisino ammiccante che fece sorridere gli altri due. – Per quanto riguarda voi due “segaioli” non vi dovete preoccupare, ci penso io a rimediarvi un bel ferro che vi dia tanta credibilità da farvi sentire dei cazzo di De Niro e  Pacino schizzati fuori dalle loro pellicole.

– E da chi pensi di rimediarle? Domandarono Alex e Fabio in coro.

– Dallo stesso che mi ha fornito la mia, è appena uscito dal “collegio” e ho saputo che ha una buona partita a pochi soldi, campate sereni!

– Bòh! Se mi assicuri che è fidato, va bene, ma sei sicuro davvero che sia fidato? Chiese Fabio dubbioso

– Posso dirti che è mio fratello. Basta!

 

Che posso dirvi, tutto andò alla grande, ognuno rimediò il suo ferro entro un paio di giorni. Si videro ogni sera per pianificare il ballo in maniera “scientifica”, e in quelle notti il “Dubliners” si trasformò in un vero covo criminale, con tanto di cartine piene di “X” rosse, fumo denso come nebbia, e bicchieri di Wiskey che gli scioglieva il groppo.

 

Quasi dimenticavo, ma penso che ormai avrete imparato a conoscerli questi bastardi. La sera in cui sigillarono il patto indovinate un po’ come andò a finire? Che dire, forse che il fusto appena montato quando arrivarono i primi clienti era già vuoto. E quelle teste di cazzo continuarono a brindare fino a dopo la chiusura, mentre il Camicia li guardava sconsolato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6° CAPITOLO

 

 

 

Non so dirvi quanto tempo rimasero immobili. Il tempo era fermo, sembrava che anche l’aria aveva deciso di bloccarsi, tutto era statico, tranne i cuori dei tre balordi che battevano come la doppia cassa di un batterista Hard-Core impazzito. Aspettavano il segnale di Alex, e poi sarebbe suonata la carica, ma quel segnale sembrava non arrivasse mai. Le pistole quasi sgusciavano dalle loro mani troppo sudate per una situazione del genere.

Il nervosismo era tangibile, gli sguardi vitrei, e più in la il furgone dei “desideri”, tanto atteso cominciava ad intravedersi.

Praticamente gli passò accanto, e l’aria che mosse fu come la carezza della morte, gelida, come il sudore che imperlava le loro fronti. Poco più avanti fece la sosta stabilita.

Lo sportello del guidatore si aprì lentamente e ne scese un energumeno con i capelli lunghi e viscidi legati sulle spalle.

Il grasso maiale si guardò intorno circospetto e grugnì qualcosa al suo aiutante chiuso nell’abitacolo. Sembrava che se lo sentisse che c’era qualcosa che non andava, fece il giro del mezzo per ispezionarlo, poi tornò al portellone di dietro per aprirlo e spostare sull’altra macchina tutta la merce. Alex­ stava appostato come il falco che studia le mosse dell’incauta preda, e appena il tipo gigante diede le spalle al suo destino,saettò da dietro il suo angolo afferrò il tizio per il codino e gli fracassò la faccia contro lo sportello. Chiaramente prima di partire aveva dato il segnale agli altri due che leggeri come spettri, avevano agito. Il Camicia infilò la pistola in bocca al passeggero di guardia, che troppa guardia non la stava facendo, visto che venne trovato strafatto con una pera infilata nel braccio con la vena che ancora pulsava. E Fabio in Soccorso del “falco” spingeva il ferro contro la nuca del viscido, mentre Alex gli “incaprettava” mani e piedi con il nastro.

L’adrenalina gli esplodeva dentro, ma non era ancora il tempo per rilassarsi, dovevano caricare la merce sulla loro auto, e specialmente liberarsi di quei due inutili bastardi.

Lo fecero in fretta. In un attimo le borse erano nel loro cofano e nello stesso tempo i due poco furbi trasportatori giacevano frignanti al posto delle valige nel retro del furgone.

Tutto calcolato secondo per secondo tutto calcolatamente scientifico.

Con gesto sicuro Fabio chiuse il portellone lasciando quei due nel buio del loro terrore. Forse avrebbero fatto meglio ad ammazzarli subito, perché i loro capi non sarebbero stati altrettanto cortesi con loro. Ma del resto; Cazzi loro.

Il Camicia aspettava con il motore della fiammante acceso, mentre Fabio allucchettava la cella mobile lasciando cadere la chiave nel tombino. Alex era seduto immobile sul sedile del passeggero   con due occhi ignettati di sangue da far paura ed il pezzo stretto nella mano destra così ferma da sembrare un prolungamento della stessa. Appena Fabio poggiò il culo in macchina il Camicia fece fischiare le ruote e partì a razzo.

Erano stati li gia troppo tempo , e non era saggio aspettare gli sbirri come tre imbecilli.

Corsero via, si buttarono su strade secondarie e poi di nuovo sulle principali per abbreviare il tragitto. Dovevano arrivare al covo per dividersi tutto e svanire alla luce del primo sole. D’un tratto però, l’imprevisto. La fottuta sfortuna che tira sempre qualche merda di scherzo.

Proprio a pochi metri da loro una cazzo di gazzella della polizia che faceva cenno di fermarsi. Attimi eterni, ognuno diceva la sua, “fermati, cazzo, fermati”, gridava Fabio, “non accelerare o siamo finiti” affermava Alex. Ma alla guida non c’erano loro, era il Camicia a tenere in pugno la situazione. Frenò, fece per accostarsi ma proprio in quel momento una band assurdamente Rock’n’roll aggredì il suo cervello. Spinse sull’acceleratore. Gli sbirri li guardarono sorpresi non se lo potevano aspettare, quello con la paletta fece appena in tempo a saltare indietro per non essere travolto, le grida inondarono l’interno dell’abitacolo la pazzia regnava sovrana.

Le sirene cominciarono a squillare, avevano un minimo vantaggio e se la potevano cavare. Ma non andò così, la fortuna gli voltò le spalle.

La musica era ovunque, ma non era piacevole era frastuono, e ognuno in testa aveva la sua. Rimbombi infernali, Kaos.

Il finestrino posteriore fece la sua discesa, Fabio caricò il ferro si affacciò ed esplose il suo colpo. Non so da li in poi cosa sia successo, so solo che la macchina della pula sbandò e colpì il muro fragorosamente. Un agente morto, una ruota scoppiata, non lo so.

Tutti e tre si girarono a guardare il casino che avevano creato. Quando si voltarono per scappare via definitivamente un’altra macchina della polizia faceva il suo ingresso sulla scena. Ma questa volta non persero tempo con inutili inseguimenti.

La luce del fuoco che usciva dalla canna sembrò illuminare la città intera.

Fuoco, scoppio, parabrezza in frantumi e pezzi del cervello del Camicia contro la faccia di Alex.

Panico.

La macchina fece il suo ultimo velocissimo folle tragitto fino al muro della palazzina che gli correva incontro. L’impatto fu disastroso, poco dopo il silenzio spargeva il suo manto nero.

… Buio.

La notte corse via veloce, le luci dell’alba doravano il celo dei primi raggi.

 

Pazzi, pazzi verrebbe da dire, ma il punto non è la pazzia, ma la sensazione che regala ogni “insano” gesto. C’è chi si butta da un ponte con l’elastico, chi si lancia da un aereo, Tutte pazzie verrebbe da dire, ma la vita vera non è pazzia ma osare. Aspettare seduto che arrivi la morte a prenderti mentre già le ossa non reggono più il corpo su una merda di poltrona, quella è pazzia. La loro adrenalina era la vita, era il riconoscimento della loro stessa esistenza.

 

Scuro tutto intorno, gli occhi di Alex si sollevarono pesantemente, indolenti.

Ancora buio e paura, non osava girare la testa, si sentiva la faccia bagnata e alla sua sinistra probabilmente ancora giaceva inerme il suo amico con gli occhi vitrei a fissare il nulla.

Un telefono che squilla.

Suono persistente, invasivo. Stordito allunga una mano verso il cruscotto per recuperarlo da dove lo aveva lasciato, ma la mano sfiorò invece della dura plastica qualcosa di liscio e morbido:

– Lenzuola cazzo!

Pensò allora di stare in ospedale, ma se così era, gli altri che fine avevano fatto?

Che disastro!

Quando finalmente aprì gli occhi afferrò il telefono di scatto, ma proprio in quel momento smise di squillare.

Solo a quel punto si rese conto di stare comodamente sdraiato nel suo letto.

E nel suo letto come cazzo ci era arrivato?

Era stravolto, non ci stava capendo niente.

 

La rapina, gli spari, l’inseguimento, la morte del Camicetta.

Si sfiorò il viso con la paura di trovarci ancora attaccato qualche brandello della faccia del suo amico. Ma il bagnato che sentiva non era altro che sudore.

 

 

Si alzò dal letto, le gambe gli tremavano, ma lo specchio non riflesse nessuna immagine devastata del suo copro dopo un incidente tanto disastroso.

Tutto era ancora più confuso, così prese il telefono e spinse il tasto delle chiamate perse; era Beatrice.

Il cuore ebbe un palpitio da infarto.

Solo a quel punto si rese conto di tutto! Era stato solo una merda di sogno. Tanto reale da farlo cagare sotto. Solo un fottuto sogno che gli mise davanti agli occhi tutta una serie di sentimenti contrastanti, e come succede in questi casi ( o almeno così dicono) tutta la vita gli sfilò davanti, e il pensiero corse inevitabilmente alla chiamata appena ricevuta, alla luce che aveva illuminato tutta una vita, in poche ore passate insieme. Tutte le cazzate inerenti lo stare solo in maniera definitiva, la libertà apparente che regala una scelta simile, si erano dissolte.

 

Parliamoci chiaro Alex, nessun uomo è nato per stare solo, ogni cazzo di uomo che calchi questa terra ha bisogno di compagnia, di amare. Ha bisogno di farsi lasciare e di ascoltare canzoni tristi, per stare male. Tutto questo per avere la gioia di superare il baratro e ripartire all’attacco.

Di nuovo in cerca, nuovamente predatore.

È finita una fase e ne comincia un’altra.

Quindi facci pensare che tutto possa ripartire nella maniera più giusta. Ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di credere che anche in questo mondo tutto sbagliato, esista una possibilità anche per noi esiliati, nelle nostre stesse città.

 

– Pronto.

– Aaleex, ti ho chiamato prima, pensavo non volessi rispondermi!

– Ma che scherzi, no, stavo dormendo e non ho fatto in tempo a risponderti. Senti, pensavo che se ti andava potevamo vederci. E pensavo anche, che volendo “potevamo amarci per tutta la vita!”

-Tutta la vita??? Come corri! Per il momento partirei con una birra. Mi sembra meno impegnativa. Mi passi a prendere?

– Certo, cominciamo dalla birra allora. Va bene, ti va se passo verso le nove e trenta?

– Alle nove e trenta è perfetto ma prima era anche meglio. Ti aspetto!!!

 

 

 

 

Il sor Ezio

– IL “SOR EZIO” –

 

 

 

Erano mesi che continuava la stessa storia. Quell’ospedale puzzava di piscio secco e la stanza dove avevano confinato il nonno era a dir poco una merda! Non si poteva campare in quel modo porca troia, anche se campare non era proprio la parola che veniva in mente guardando le faccia di quel poveraccio sdraiato su quel letto di ferro lucido.

 

Comunque il discorso è semplice, non si può avere una prospettiva di facile guarigione in quel grigiume, cazzo. Non dico che qualche writers del cazzo debba fare le sue scritte supercolarate sui muri, ma invece di quel linoleum freddo come il soffio della morte potrebbero pure mettere qualcosa di meno… morto. Comunque dicevo, non è possibile guarire in fretta almeno psicologicamente. Non c’è spinta emotiva, e questo non vale solo per i malati, ma anche per chi assiste la persona sul lettino. Dopo pochi minuti che l’aria fetida di quelle camera riempie i polmoni il colore della pelle come per camaleontica magia assume il colore del linoleum sopra citato. È una tortura infernale star vicino alla persona a cui si vuol bene e vedere che giorno dopo giorno il sole che gli inondava gli occhi nei momenti di gioia non riesce più a trovare un varco tra le nuvole nere che offuscavano la mente.

 

Comunque riprendiamo il filo di quello che volevo raccontare. Lui si chiamava Claudio, e suo nonno era Ezio. Ormai abitavano da molti mesi il reparto di rianimazione. Il “sor Ezio” come lo chiamavano quelli del Bar aveva avuto una merda di incidente con la sua Vespa che teneva come un oracolo dagli anni ’60, girando il curvone della via principale del loro quartiere aveva preso in pieno un cazzo di ubriacone che aveva deciso di usare come marciapiede la linea di mezzeria dietro una curva e nel quartiere più buio di Roma. Oltre alla beffa il danno, il sor Ezio era stato pure condannato a venti giorni perché il tasso alcolico superava di qualche punto il limite stabilito dalla legge. Comunque la pena era stata sospesa vista la totale pulizia della fedina del nonno ma intanto lo stronzo ubriacone era libero ed Ezio lottava tra la vita e la morte in quell’ospedale di merda.

Vicino a lui giorno dopo giorno c’era Claudio il suo unico nipote, a dire la verità l’unico parente rimasto in vita o meglio l’unico parente amato rimasto in vita. Si sa che ogni famiglia ha i suoi scazzi, e la loro non differiva dalle altre. Insomma Claudio ogni giorno quando staccava dal lavoro passava a casa si faceva una doccia e via verso l’ospedale. Li ormai era organizzatissimo, aveva una brandina di quelle con i braccioli tipo mare, delle riviste, ed un piccolo televisore con radio per ascoltare le partite e guardare quelle di coppa come facevano quando stavano a casa. Il tempo passava inesorabile, e i giorni si susseguivano, Claudio era fedele e il colorito del suo volto era sempre più grigio. Anche i dottori si preoccupavano per quel giovane, che giorno dopo giorno continuava a presentarsi alla stessa ora con gli stessi gesti senza alcuna parola. Sembrava pazzo, quindi Cercavano di dissuaderlo dal venire sempre, ma lui niente, inesorabile, come il tristo mietitore. Doveva stare vicino al nonno e cascasse il mondo, continuava a farlo.

Una sola cosa lo faceva impazzire, le braccia. Non fate facce strane, le braccia nei momenti in cui non vengono utilizzate sono di una scomodità pazzesca. Per esempio avete mai viaggiato o siete rimasti nella stessa posizioni per parecchie ore. La forza di gravità diventa insostenibile, e il peso di quei due arnesi penduli fa uscire di senno. La situazione gli si presentava tutte le notti. Stava sulla sua brandina tipo mare e per la prima mezzora tutto bene, ma poi le braccia cominciavano a rivendicare la propria presenza, sembrava non ne volessero saperne di rimanere ferme per un tot di ore così cominciava il balletto comico, cominciava ad incrociarle sulla pancia, poi sul petto, sulla testa, dietro la testa, ma niente nessuna posizione era comoda, così regolarmente provava a farle cadere libere sui lati del lettino ma l’unica cosa che otteneva era l’assopimento totale degli arti con conseguente formicolio, e questa era la parte peggiore. Che cazzo di fastidio, come si poteva ovviare a quella tortura. Possibile che il buon Dio non abbia pensato che un cazzo di Cristiano dopo mesi di notti all’ospedale aveva anche il diritto di poter smontare le sue braccia e riporle in una bella custodia rigida ed elegante in modo da riposare nel modo più comodo possibile e ritrovarle il giorno dopo più atletiche che mai e fresche come appena nate.

Forse era quella la ricetta dell’immortalità e per questo motivo il buon Dio non aveva permesso che le braccia fossero smontabili, per farci rimanere creature mortali.

 

“Dio sicuramente poteva smontare le sue braccia”.

 

Comunque stava li a girarsi e rigirarsi sulla sua brandina tipo mare quando ebbe l’illuminazione, doveva eliminarle. Del resto stava in un ospedale e non sarebbe stato difficile reperire gli attrezzi necessari bastava un po’ di impegno e avrebbe raggiunto la comodità e la fonte dell’eterna giovinezza.

Partì per la sua missione, ormai aveva capito tutto e nessuno l’avrebbe fermato.

Si diresse furtivo e sicuro verso la sala degli infermieri che erano ancora tutti dentro, avrebbe dovuto aspettare una mezz’oretta prima che uscissero per fare il loro giro lasciando l’armadietto tanto agognato incustodito. Così scese giù in cortile a prendere una boccata d’aria, accese una sigaretta e si mise seduto su una panchina. Fumò con lunghe boccate con degli occhi vitrei e compiaciuti. Restò lì ancora un po’ fino a quando si alzò di scatto e si diresse alla saletta.

La trovò vuota con l’armadio aperto. Sicuramente gli infermieri facendo il carico delle scorte sui loro carrelli non avevano pensato a richiuderlo. Senza esitazioni entrò dentro, sbirciò all’interno dell’armadio e subito lo sguardo cadde su quell’attrezzo lucido e affilato, “come un bisturi!” lo prese veloce e schizzò via.

 

Tornò dal nonno che restava li pacifico e grigio. Si accomodò sulla sua branda tipo mare e si sfilò la maglietta. Cominciò ad incidere dalla parte anteriore con maestria, aveva una buona mano bisognava ammetterlo, non un tremito. Continuò dritto e preciso girando attorno a tutta la spalla rifinendo il taglio dalla parte dell’ascella. I tessuti morbidi non avevano creato grossi problemi ma ora cominciava la parte faticosa, era arrivato all’osso e bisognava aver cura di divedere le ossa della spalla da quelle del braccio in modo da poterli riutilizzare l’indomani. Cominciò l’opera, i tessuti cartilaginei della spalla scricchiolavano sotto la lama “crac, crac, cric” arrivò in fondo recise i tendini “stac” e il braccio cadde sul linoleum grigio come un’anguilla appena pescata in quel mare di sangue e brandelli. Aveva completato l’opera. Certo aveva fatto un disastro, aveva impiastrato tutto del suo plasma che continuava a grondare dal moncherino della spalla. Ma tutto sommato quel colore dava un tocco di vita all’ambiente.

Soltanto ora si rese conto della stronzata, aveva tagliato il suo braccio e questo era bene, ma ora come faceva e recidersi l’altro?! Dio forse aveva previsto pure questo. I suoi sogni di gloria erano finiti sul linoleum e lui cadde esanime sulla brandina tipo mare. Nello stesso momento il monitor che segnalava i battiti del Sor Ezio emise uno squillo e tracciò una linea dritta. Si trovarono fluttuanti a mezza altezza il Sor Ezio diede uno schiaffo a Claudio e abbracciati sparirono nella luce.

 

 

 

 

 

…FINE

Almeno Non Ignobili

nichilisti,avventurieri,anarchici,conservatori,esistenzialisti,eversori,aristocratici,proletari ed esteti
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“almeno non ignobili”
Le Isole non Trovate

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Ankara

Ankara

Non è più tempo per i colpi di stato, l’esercito turco, o per lo meno una parte di esso ha cercato di scalzare dal potere il presidente Erdogan…ma ha fallito.

L’antica consegna di Ataturk, il padre della Turchia moderna, di mantenere uno stato laico ed integro territorialmente, è andata in pensione. Oggi nuovi scenari si aprono all’orizzonte, si dice che Erdogan sia più debole, ma onestamente non sembra, dopo un’ incertezza iniziale gli Usa ed a ruota poi Germania, Francia ed Italia ecc. hanno dato il loro appoggio al presidente turco, lo stesso CHP, partito di sinistra laica, ha condannato il golpe, ma su questo, immaginiamo, abbia influito l’aver compreso l’ineluttabile sconfitta dell’esercito. Chi ha tentato il colpo di stato ha cercato un azzardo, dopo tre anni di recessione continua, un forte deprezzamento della lira turca, i rovesci della guerra per procura in Siria e la recrudescenza della guerriglia curda, gli ufficiali hanno tentato l’affondo. La politica estera turca, fatta di continui ribaltamenti, ha prodotto delle forti tensioni anche nel paese che lo stanno minando dall’interno, il supporto di russi ed americani ai curdi sta emanando onde d’urto che stanno interessando anche l’Iran.

Per cui si è tentato il classico o la va o la spacca, approfittando dell’assenza del presidente, gli ufficiali hanno tentato la sorte, ma la mancata unità delle forze armate( la marina si è subito sfilata) ed il comportamento di una parte dell’esercito e dell’aviazione che ha preferito rimanere alla finestra a guardare, hanno indebolito gli insorti da subito, per contro la forte reazione sia della polizia, che dell’apparato militante dell’AKP  e del popolo, che ha scelto di contrastare gli insorti, hanno decretato il fallimento del colpo di stato.

Curzio Malaparte nel suo libro sulla tecnica dei colpi di stato, ci ammoniva che fondamentale è la risolutezza, l’esercito di fronte ai cittadini è arretrato, la polizia alcuni anni prima a piazza Taksim non l’ha fatto e questo ci dovrebbe far riflettere su quali apparati oggi basa il potere la sua forza.

Ora però affrontiamo le reazioni sia giornalistiche che da parte di alcuni commentatori sul web che ci hanno lasciato sgomenti e che ci fanno pensare.

Se alcuni giornalisti di chiara fede americanista, e scarsa capacità analitica aggiungiamo, hanno pensato ad un golpe ispirato dai russi per aiutare Assad , e sgomenti ripetevano il loro mantra occidentalista supportati da nessun dato, dall’altra parte quella che dovrebbe essere l’aria antagonista ha prodotto perle di uguale se non maggiore spessore asserendo l’esatto contrario.

Da “è contro Putin” a “è stato un complotto demoplutogiudaico” un’isteria collettiva e complottista ha invaso il web, gente che esibiva prove su certi comportamenti della NATO, come se fosse lì a Bruxelles a sorvegliarne le mosse.

Questa mania complottista raggiunge livelli parossistici, vengono citate mosse, pensieri e strategie, spesso come se si fosse assistito alla loro stipula in prima persona, un delirio deviazionista che fa apparire serie come House of Cards o il Trono di Spade lineari e semplici, il tutto condito da una scarsa conoscenza di storia ed economia, svilendo così le analisi di chi faticosamente cerca di capirci qualcosa nonostante la scarsezza di documenti affidabili in giro e il difficile accesso alle reti diplomatiche e di Intelligence.

Oggi non sappiamo cosa sarà in Turchia e quale sarà il suo futuro, di certo per i Curdi si prevedono tempi cupi, sulla Siria non sappiamo nè possiamo dire nulla, Erdogan è uomo imprevedibile e troppo spesso ha cambiato le carte in tavola, di certo possiamo solo affermare che stanotte è morta la Turchia Kemalista.

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Nizza

Nizza

Di fronte a tanto orrore ti chiedi se poi ne è valsa la pena rovesciare Saddam, uccidere Gheddafi e destabilizzare la Siria

Scoperchiare il vaso di Pandora

Stringere lucrosi affari con i mercanti di morte

Svendere tutto in nome del Dio Denaro

Provocare migrazioni epocali, e poi relegare questa gente ai margini della società

Tendere loro la mela proibita, impedendogli di poterla afferrare

Usare questi disgraziati per disintegrare il proprio popolo

Ferrea logica di Mercanti

Lasciamo in pace chi soffre, sappiamo già che le vere cause di questo malessere che stanno avvelenando questo inizio di nuovo millennio non saranno mai combattute

A noi resta una sola certezza

La più tragica

Le Vostre Guerre, I Nostri Morti